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“Faccio tutte le domande che voglio!” Una frase semplice, quasi scontata, per chi fa il lavoro complesso e ricco di compromessi del giornalista. Ma che diventa un atto di vero e proprio coraggio se pronunciata da un giovane praticante sul finire degli anni ’50 in una Palermo in cui la parola mafia non veniva neppure pronunciata, figuriamoci scritta. Tale è il personaggio interpretato da Giovanni Alfieri nella serie L’Ora – inchiostro contro piombo, diretta Piero Messina insieme a Ciro D’Emilio e Stefano Lorenzi, in onda ogni mercoledì su Canale 5 dall’8 giugno al 6 luglio.

Ispirato al martire di mafia Cosimo Cristina, il personaggio interpretato dal giovane attore siciliano si chiama Domenico Sciamma ed è un giovane aspirante giornalista che entra a far parte della redazione de L’Ora, il secondo giornale di Palermo. Domenico andrà presto sotto l’ala protettiva del nuovo direttore Antonio Nicastro (Claudio Santamaria), ispirato al grande giornalista Vittorio Nisticò, che vuole stravolgere la linea editoriale del giornale, liberandolo dal giogo del PCI e iniziando la prima vera inchiesta contro la mafia e i suoi crimini.

Giovanni Alfieri, lei inizialmente aveva fatto i provini per il ruolo dell’antagonista, il crudele boss corleonese Luciano Leggio (interpretato in seguito da Lino Musella). D’altronde il fascino del criminale ha portato fortuna a tanti giovani attori italiani, soprattutto meridionali. Per un attore come lei, è più stimolante interpretare il ruolo del criminale o dell’eroe? In quali panni si trova meglio?

Viviamo in un contesto lavorativo per cui, soprattutto all’inizio, lo stereotipo la fa da padrone. Grazie a Dio non è stato il nostro caso e questo lo si evinceva fin dal provino. Io e le mie agenti eravamo rassicurati dal fatto che la regia fosse assegnata a un regista d’essai, un autore di cinema. E collaborava con Maurilio Mangano, una delle eccellenze del casting in Italia, perché è lontano da quello che riporta allo stereotipo di genere. Mi sono candidato per Luciano Liggio, detto Leggio, perché stavo facendo un ruolo al teatro che richiedeva che fossi rasato e con venti chili più del normale. Con quel tipo di fisico è venuto facile chiamarmi per il ruolo di Leggio e su quel ruolo abbiamo iniziato a lavorare. Che poi, per un attore giovane, è tutto stimolante, anche fare l’albero al presepe vivente, perché mi costringe a scoprire sempre qualcosa di nuovo. Che sia il cattivo o che sia il buono poco importa, la cosa bella che trovo è l’approccio che ho nel lavorare sui caratteri. Non posso chiedere di più di fare il mio lavoro.

Sente la responsabilità di avere interpretato un eroe siciliano, ucciso giovanissimo dalla mafia?

Da un punto di vista civico e morale sono onorato di aver potuto dare una seconda vita a un personaggio che si è speso in toto, a costo della propria vita, per raccontare una storia senza farsi scrupolo di fare nomi e cognomi di persone che al tempo erano intoccabili. Cosimo Cristina l’ho conosciuto grazie a questo lavoro. La cosa che più mi dispiace è che sia un nome minore se paragonato ad altri suoi pari a causa di essere stato riconosciuto come omicidio di mafia solo nel 2011.

I tuoi sono gli occhi con cui si entra nella realtà de L’Ora. Puoi raccontarci la tua esperienza nell’entrare a contatto con questa storia, con questi personaggi e con questi luoghi? Cosa hai provato quando hai letto il romanzo di Giuseppe Sottile, Nostra Signora della Necessità, da cui è tratta la sceneggiatura?

Il romanzo per me è stato una Bibbia. Ho avuto anche il piacere enorme di conoscere il signor Sottile, persone incredibile che è stata la mia guida, un vero e proprio faro. Nella sua storia si racconta tutto l’entusiasmo e l’amore di un giovane che viene a Palermo per inseguire un sogno, che non ha freni inibitori, ma soltanto l’incoscienza di provare a fare delle cose per concretizzare i propri sogni. Ho cercato di restituire questa carica emotiva. Era qualcosa che mi apparteneva perché essendo il mio primo lavoro in serie A, in qualche modo erano i miei occhi veri che guardavano il set con Claudio Santamaria, Maurizio Lombardi o Francesco Colella, persone che ho studiato nei libri in Accademia e che d’improvviso si trovavano lì come miei colleghi. Il mio è lo stesso sguardo di Domenico, quasi incredulo di potere lavorare con loro. La cosa più bella è essere stato trattato come un loro pari e vedere riconosciuto il mio impegno, il mio studio.

Nella serie Claudio Santamaria interpreta il direttore del giornale, che diventa presto il mentore del tuo personaggio. È stato così anche sul set? Cosa hai imparato da un attore esperto come lui? Qual è il vostro rapporto?

Il set è stato così lungo che a un certo punto eravamo diventati per davvero i giornalisti de L’Ora. Non c’era più distinzione tra attori e personaggi. E vedendo il primo episodio credo emerga questo tipo di rapporto intimo che si era creato tra di noi. Vedere Claudio, Francesco o Maurizio, i primi giorni, era una scoperta dal lato tecnico. Da persona che sta per la prima volta su un set così grosso ti rendi conto cosa vuole dire essere un attore di mestiere che sta più tempo sul set che a casa. Vedi quelle piccolezze che fanno la differenza. La cosa bella che tutto questo non veniva fatto pesare. Anzi ci sono stati dei momenti in cui gli attori più esperti sono rimasti stupiti dal lavoro di noi giovani, ancora liberi magari da certi condizionamenti del mestierante.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Sono in preparazione per un film che girerò a breve e per uno spettacolo in programma al Teatro Vascello di Roma, anche perché il teatro è la mia casa e ci torno sempre con tanto piacere.

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