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TAORMINA - “Non sono una che prova nostalgia, ho iniziato a lavorare quando ero molto giovane, sono diventata famosa negli anni ’80 e poi sono sopravvissuta anche agli anni ’90 e ai 2000, e non dico cose del tipo ‘come stavamo bene una volta’”. Resa celebre da Sapore di mare nel 1983, Isabella Ferrari torna oggi a pensare a quell’epoca grazie a un film che ha molto a che fare con il ritorno al passato: La mia ombra è tua di Eugenio Cappuccio, in anteprima al Taormina Film Festival e al cinema dal 29 giugno. Pensando al futuro, invece, l’attrice sarà tra i protagonisti di Sotto il sole di Amalfi, sequel di Sotto il sole di Riccione in arrivo su Netflix il 13 luglio, e Rapiniamo il duce (di nuovo Netflix), in cui torna a lavorare diretta dal marito Renato De Maria.

Cosa ha pensato quando l’hanno chiamata a interpretare il simbolo dell’amore in La mia ombra è tua?
Sono stati tre amici a chiamarmi per il ruolo più di un anno fa: Domenico Procacci, con cui ho fatto due dei miei film più belli, cioè Caos calmo e Un giorno perfetto, Eugenio Cappuccio, che conosco da quando ero pischella, e Marco, con cui avevo già lavorato due volte. Il mio personaggio sulla carta mi sembrava fragile, poi ho capito il senso del mio esserci nei panni di una donna che si vuole bene, piena di autostima, un simbolo dell’amore adolescenziale che rimanda agli anni ’80. Poi ho realizzato anche perché ero quella giusta: sono un ottimo vintage.

Se torna a pensare a Sapore di mare, con che emozioni lo fa?
Avevo appena 20 anni e non capivo bene cosa mi succedesse. Non avevo nemmeno una formazione e mi sono ritrovata ad avere successo. Non era un successo dei social, ma legato a un film per il quale, dovunque vada, mi riconoscono per strada anche oggi. A quell’età il successo un po’ lo subisci, non lo cavalchi gioiosamente. Penso comunque di aver fatto benissimo, arrivavo sempre presto sul set, non mi sono mai drogata, ero già abbastanza solida e credo che questo mi derivasse dalla famiglia: in casa ho sempre visto affrontare molte fatiche e difficoltà.

Il film di Cappuccio parla anche del confronto generazionale e della rabbia dei giovani contro chi ha lasciato loro una realtà devastata. Lei come vive questo confronto?
Come Marco Giallini, io non mi sento in colpa. È vero, ci sono state Tangentopoli, le guerre, la pandemia e l’ambiente in pericolo, ma sicuramente non c’è stata dall’alto la volontà di mantenere ciò che avevamo. È vero che io quando vedo mio figlio, o i ragazzini ancora più giovani, che sono molto sensibili verso l’ambiente, riconosco che da giovane non avevo la stessa attenzione, allora non ne sentivamo l’esigenza.

Ha lavorato a lungo a Cinecittà, che cosa rappresentano per lei gli studios di via Tuscolana?
Ci ho girato due stagioni di Distretto di polizia e ci ho timbrato il cartellino per 18 mesi: la conosco bene e per me è un po’ casa, non mi ci perdo dentro.

A proposito di lunga serialità: ci si sente a suo agio o preferisce le poche settimane di lavoro di un film?
In quei due anni di Distretto di polizia, per un’attrice di film d’autore sembrava che fare la tv fosse un tradimento, ma proprio Distretto lanciò un modo di fare buon cinema in televisione. Ho avuto a che fare con la lunga serialità, in seguito, anche grazie a Baby e posso dire che mi piace perché dà modo di gestire un ruolo nel corso di un tempo lungo, si può entrare in confidenza con il proprio personaggio e il lavoro diventa giocoso.

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