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MARATEA – Seduto nel giardino dell’Hotel Santavenere, mentre si entusiasma per l’assaggio di peperoni cruschi che arriva con la sua bibita, Lino Banfi non dice no a nessuno dei tanti fan che chiedono la foto al “nonno d’Italia” e parla di sé in occasione della presenza alla Marateale per ritirare il Premio Internazionale Basilicata, dopo aver presentato, recentemente, Viaggio a sorpresa, in cui recita accanto a Ronn Moss.

Come sta? È fresco reduce dal Covid, per fortuna leggero…
È stato un Covid comico, come tutte le cose della mia vita, tragiche e comiche insieme. Avendolo avuto insieme a mia moglie e vedendo la sua felicità quando ha scoperto che eravamo positivi insieme, perché per lei l’importante è fare le cose con me, ho provato tenerezza. Questo porta tanta gioia agli altri, che si impressionano al pensiero dei nostri sessant’anni di matrimonio.

Il vostro è un grande amore, ammirato da tutti.
La meraviglia di molti, soprattutto dei tre Papi che ho conosciuto, è che un matrimonio duri tanto proprio nel mio ambiente. A proposito di Papi, sto pensando di scrivere un libro per raccontare che ho fatto sorridere tre Papi: Wojtyla, Ratzinger, che ho incontrato anche quando è diventato emerito, e Bergoglio, a cui ho chiesto di pregare affinché io e mia moglie moriamo insieme.

Che impressioni ha sul cinema italiano di oggi?
In questo momento non sto facendo cinema, anche se mi piacerebbe e spero di farne ancora un po’ nel tempo che ho a disposizione. Il cinema quindi lo sto vedendo dal buco della serratura con la gioia di vedere che sta riprendendo. Io però devo fare in tempo a prendere qualche premio come si deve. Ci sono dei bei premi alla carriera che ti fanno sentire vecchio ma anche soddisfatto perché hai lasciato qualcosa di buono. Il genere che ho fatto io non è premiabile, ed è un peccato, ma penso che dovrebbero darmi un premio alla carriera perché ho lasciato qualcosa, una scia di film, una moda. Non ho copiato da nessuno ma anzi aperto la strada a un certo tipo di comicità che prima non c’era. La cosa importante, comunque, è non finire sullo scivolo che improvvisamente porta la gente a dire ‘dove è andato a finire quello? Lavora ancora?’, o addirittura ‘è ancora vivo?’. Io credo di essere sulla strada buona per lasciare un buon ricordo.

Con Il medico in famiglia ha lavorato tanto a Cinecittà, che esperienza è stata?
Negli ultimi 20 anni, per la durata delle stagioni, Cinecittà ormai era casa mia. Avevo un appartamento mio, un camerino grande con dentro il cucinino e la sala trucco dove avrei dovuto riposarmi, ma non ne ho mai avuto il tempo. Mi farebbe molto piacere tornare a girarci qualcosa, capiterà.

Come sta vivendo questo periodo di grande incertezza, con la pandemia, la guerra, la caduta del governo?
Dalla mattina alla sera penso alla guerra e al fatto che non è giusto che ci sia. Qualcuno cattivo e ipocrita dice ‘non ci riguarda’, invece ci riguarda tutti. Pensiamo ai ghiacciai che non si devono sciogliere, che dobbiamo intervenire sul cambiamento climatico, ma dobbiamo anche pensare che non ci deve essere la guerra. E il governo, proprio adesso doveva cadere? Io sono ai tempi supplementari, vorrei arrivare anche ai rigori. E vincere.

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