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VENEZIA - Tra le presenze più prestigiose a Venezia, durante la 79ma Mostra del Cinema, c’è sicuramente quella della regista francese Céline Sciamma, presidente di Giuria del nono GdA Director’s Award. Il premio consiste in 20mila euro che saranno equamente distribuiti tra regista e produttori di uno dei film in Concorso alle 19me Giornate degli Autori, la rassegna autonoma promossa dalle associazioni dei registi e degli autori cinematografici italiani ANAC e 100autori. La giuria presieduta da Sciamma è composta da 27 giovani europei tra i 18 e i 25 anni del programma 27 Times Cinema.

Inizierei parlando del lavoro con i 27 giovani giurati: è un’esperienza nuova per lei? Come sta andando?

È esattamente l’esperienza per cui sono venuta qui: parlare di cinema contemporanea con persone molto giovani e sperimentare la democrazia e la bellissima filosofia che si vive qui. Ovvero guardare i film insieme, parlarne insieme tutta la settimana e avere questi momenti di dibattito pubblico abbastanza unici. C’è questo equilibrio tra la forte intimità, il modo in cui ci conosciamo a vicenda circondati dai film, e la trasparenza di parlare di cinema.

C’è una differenza tra l’essere a capo di una troupe cinematografica e essere a capo di una giuria?

In verità io faccio parte della giuria, non ne sono a capo. Mi sento il 28esimo membro della giuria. Di certo io ho più esperienza, ed è quella che cerco di trasmettere. Il mio dovere è che siano felici delle scelte che prendiamo. Sono stata in diverse giurie e so che talvolta è difficile accettare che il film verso cui proviamo tanta passione non sia stato scelto. Per me l’esperienza non sta nel far sì che il film che preferisco vinca, ma che tutti siano soddisfatti della scelta, politicamente ed esteticamente. Ovviamente la scelta viene fuori dalla nostra relazione, e dal nostro rapporto con il cinema.

Al di fuori delle Giornate degli Autori, lei è una spettatrice qualsiasi. È riuscita a vedere qualcuno dei film in concorso?

Purtroppo no, ho visto solo I figli degli altri della mia amica Rebecca Zlotowski, in Concorso. Avevo già visto il film nella stanza del montaggio, quindi sono qui per supportarla in questo fantastico momento. Ho amato il suo film. Tra gli altri film in Concorso, sono molto attratta dal documentario di Laura Poitras su Nan Goldin, ma anche il film di Emanuele Crialese, L’Immensità. Mi interessa tutto di questo film: la politica del film, chi ci ha lavorato, Penélope Cruz. Ho visto solo alcune immagini del film e ne sono attratta, sono cose che non si possono spiegare.

Qual è lo stato di salute del cinema europeo, di cui lei è sicuramente un pilastro?

Siamo in una crisi che dura da diversi anni ma che è stata molto accelerata dalla pandemia. Penso che dobbiamo combattere sia per l’arte che per l’industria, che è sempre la difficoltà maggiore. Lo vediamo nei festival dove questi due elementi sono legati spesso con una dinamica positiva e a volte con dinamica che non va a favore dei film più artistici. Sono molto attenta al lavoro dei miei colleghi, ma anche su come dovremo rispondere e su quale dovrebbe essere la prossima mossa da fare, non solo per chi realizza i film ma anche collettivamente nel combattere per il cinema indipendente. Vengo dalla Francia, un paese molto privilegiato. Credo che più privilegio tu abbia, più tu debba guidare la resistenza. Penso che in un certo senso dobbiamo essere conservativi e al tempo stesso pensare al futuro, sono ossessionata da queste due dinamiche.

Quali sono i suoi progetti futuri. Sta lavorando a qualche progetto?

 Sto lavorando molto al rilascio internazionale del mio ultimo film, Petite Maman. Questa settimana sarà distribuito in Giappone, per esempio. È un lavoro che richiede tanto tempo se tu hai la fortuna di avere un interesse internazionale sui tuoi film. Prendo questa parte del mio lavoro molto seriamente, è mio compito supportare il film nella distribuzione internazionale. Ora sto iniziando a pensare a cosa arriverà in futuro e a sognare a occhi aperti sul prossimo progetto. 

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