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LA MADDALENA - Che Carolina Cavalli fosse un talento credibile lo si era visto già quattro anni fa, nel contesto del Premio Solinas, là dove la rincontriamo e nel quale vinse un premio per la sceneggiatura, "qui ho capito che la scrittura sarebbe potuta diventare un lavoro", racconta. Il progetto era quello infatti di una serie tv, Mi hanno sputato nel milkshake, che segnava parallelamente la prima prova di co-regia. Ma quello che non ci si aspettava, in così poco tempo, è che sarebbe stata all’altezza anche dietro la macchina da presa. L’occasione è Amanda (dal 13 ottobre in sala, distribuita da I Wonder Pictures), la sua opera prima presentata all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Orizzonti Extra, e che da lì è stata invitata al Toronto Film Festival. Una doppia vetrina internazionale (unica pellicola italiana a farcela) e di prestigio, a testimonianza del fascino nei riguardi di un’opera ibrida, creativa e attuale, piena di suggestioni, da Wes Anderson ad Aki Kauriskami. La storia di una ragazza, Amanda (interpretata da Benedetta Porcaroli) e del suo viaggio introspettivo, di accettazione, di diversificazione, nel (ri)trovare un’amicizia, che è anche però quello di una generazione, di un’umanità piena d’identità e forza, desiderosa di farsi ascoltare. Leggi l'articolo

La pellicola ha un sapore che rimanda a tratti pure alle anime giapponesi, non crede?

A posteriori mi sono resa conto di questa ispirazione. Lo vediamo in alcune scelte specifiche, nel modo di vestire della protagonista, quasi da cosplayer, il fatto che sia non si cambi mai, ma l’elemento può venire anche nel modo di creare dei momenti in cui il suo pensiero viene rappresentato graficamente e in maniera visiva.

Tra i suoi autori preferiti, oltre a Roy Anderson e Jim Jarmusch, c’è in particolare Paolo Sorrentino. Proprio a lui fa una dedica tematica nel film. Come mai?

La mia generazione, registi, sceneggiatori, è stata ispirata da lui: parlo della sua ironia e malinconia che sono sicuramente presenti nel film, è uno humour che fai fatica a trovare in altri.

Qual è la qualità di maggiore di Amanda secondo lei?

Il suo coraggio. Mi piacerebbe essere come lei, per trovare un posto, per non sentirmi magari fuori luogo. Più riesci a sentirti parte di un contesto, più, talvolta, devi mettere da parte la tua idea per far parte del senso comune. Amanda invece non lo fa, ha voglia di vicinanza, ma allo stesso tempo non ha voglia di seguire le regole o di aver qualcuno accanto. Da sempre amo prendere un pezzo di vita del personaggio e svilupparlo, ragionando magari su ipotetici spin-off, ma loro sono soprattutto persone, ed io ho sentimenti verso di loro. Per Amanda provo amore, infatti il nome significa “colei che deve essere amata”.

A proposito di sentimenti: la ha stupita la risposta positiva vista anche a Toronto?

Molto. Vedere che ciò che hai scritto emoziona dall’altra parte del mondo, è estraniante, osservi la voglia delle persone di parlare con te, sui social, capisci che ragazzi e ragazze più piccoli di te, io ho 31 anni, provano empatia. Non me l’aspettavo. Non parlo solo di solitudine, semmai di uno stato d’animo generazionale e soprattutto umano.

Ha voglia ora di tornare a dirigere?

Sì, sto già scrivendo il secondo soggetto. Pensavo che non sarei stata adatta al set, e invece ti dà così tanta adrenalina, che volevo tornarci presto, lì ho visto diversi aspetti di me, l’idea di arrivare fino alla fine. Questa volta sarà un film corale in cui convivono diversi protagonisti: è ambientato in una città immaginaria, nella quale si intrecciano quattro storie che vivono la loro vita. Non vedo l’ora di cominciare a fare i provini.

L’11 novembre uscirà un suo libro, Metropolitania (edito da Fandango): di che parla?

È una storia un po’ camp, più grottesca di Amanda. Ci sono due protagoniste, la sensazione che la vita sia da un’altra parte, del cercare un proprio posto nel mondo. Il titolo? Una litania, una forma di lamento, di agonia, che si muove in spazi metropolitani.

Alla fine è difficile essere così trasversale?

Da piccola non scrivevo il diario, odiavo raccontare le giornate, la vita quotidiana, inventavo città, oggetti, libretti scrivendo di medicine finte, di paesi, poi ho maturato una formazione da liceo classico, Lettere e filosofia, conseguite a Parigi. No, non è difficile essere trasversali, se però resti nel tuo universo. Vivo l’immaginazione in maniera densa, e totalitaria, e questa, a volte, si mangia degli aspetti della realtà, e tu non te ne rendi conto, ma stai benissimo così. D’altronde quando hai un mondo, alla fine lo vuoi riempire il più possibile.

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