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La città più smart del Medio Oriente. Il regno del baby boom. La start-up city. Il laboratorio sulla sabbia. La città in cui ci sono più bandiere arcobaleno che bandiere israeliane e dove si celebra il gay pride più bello del mondo. La città che non dorme mai. Sono tante ed elettrizzanti le definizioni di Tel Aviv, la città israeliana che Giovanna Gagliardo ritrae, raccontandola in un arco di 24 ore, nel suo documentario Good Morning Tel Aviv, prodotto e distribuito da Luce Cinecittà e presentato alla Festa del Cinema di Roma tra le proiezioni speciali. Per raccontare una città in bilico tra l’essere un luogo d’avanguardia in cui si sperimentano la libertà e il futuro e una bolla pronta a esplodere dentro le contraddizioni di un paese molto conflittuale, nel suo doc Gagliardo dà spazio anche al sindaco di Tel Aviv Ron Hulday - eletto per la prima volta nel 1998 e arrivato al suo quinto mandato - che vorrebbe modellare la città come un kibbutz (con tutti i servizi a disposizione in ogni quartiere) e che cerca di lanciare i droni come strumenti di trasporto pubblico di merci nei cieli. Poi dà voce alla coppia di artisti Nitzan Mintz e Dede Bandaid, che si esprimono creativamente sui muri della città mettendo in rilievo anche le sue ferite, poi ancora al gestore dell’unica libreria della città che vende libri in arabo e a intellettuali, artigiani e registi, come Ari Folman e Samuel Maoz.

Alla Casa del Cinema, ieri sera, si è tenuta l’affollata proiezione ufficiale del film alla presenza dell’ambasciatore di Israele in Italia Aron Bar, che ha speso parole di apprezzamento per un “documentario che si focalizza sull’immagine di Tel Aviv come vibrante centro culturale e centro d’innovazione d’eccellenza, mettendo in evidenza la varietà e diversità di opinioni e di identità presenti nel panorama della città”. In prima fila l’amministratore delegato e la presidente di Cinecittà Spa Nicola Maccanico e Chiara Sbarigia. "Ho creduto da subito in questo progetto, che rientra nelle attività di valorizzazione del documentario e dell'archivio che stiamo mettendo in atto - ha dichiarato Sbarigia - e sono felice di averlo portato a compimento nonostante le difficoltà date dalla pandemia". “Ringrazio la presidente Sbarigia – ha detto Maccanico - per la valorizzazione di documentari di qualità come questo che ci fanno conoscere la realtà dinamica del Medio Oriente”.

Da parte sua, la regista ci ha tenuto a “ringraziare Luce Cinecittà per aver creduto nel progetto e avermi costantemente incoraggiata nonostante i tempi si allungassero. Mi hanno dato il necessario per non mollare”, ha detto. Il film sarà riproposto al cinema Giulio Cesare il 23 ottobre, alle 10 per gli accreditati e alle 21.30 per pubblico e accreditati. Poi, ha spiegato la regista, “parteciperemo ad altri festival e dopo Natale vorremmo proiettare il film a Tel Aviv, per presentare la città alla città. Più avanti ci sarà sicuramente una messa in onda televisiva”.

Qual è stato il suo primo incontro con Tel Aviv?
La prima volta ci sono andata quattro o cinque anni fa, ben prima della pandemia, per portare un altro mio documentario prodotto da Luce Cinecittà a una rassegna di cinema italiano che si tiene alla cineteca di Tel Aviv. Sono rimasta qualche giorno in più rispetto alle necessità lavorative e ho potuto visitare la città guidata da un’amica che ci vive. Ho scoperto un luogo diverso da quello che immaginavo. Mi sono chiesta: come può esserci una città così liberale, laica, cosmopolita e permissiva in un paese così piccolo e pieno di conflitti? Poi ci sono tornata per i sopralluoghi.

E poi?
Ho capito che è una città che si racconta da sé, con le immagini e con le persone. Quando sono tornata in Italia ho buttato giù una sinossi, ma poi il Covid ci ha imposto uno stop di quasi un anno, che ci ha fatto allungare molto i tempi di realizzazione, ma è stato anche un periodo utile di riflessione e comprensione durante il quale ho fatto incontri online, ho letto libri e visto film: un arricchimento. Appena è stato possibile ci sono tornata per girare, circa un anno fa.

Il Covid però nel film non lo ha raccontato, come mai?
È una domanda interessante. Preparavamo il film nel periodo più caldo, quando si lavorava da remoto, e all’epoca abbiamo preso contatto con lo Sheba Hospital, che stava sperimentando una cura per la prevenzione. Poi ci sono andata di persona e ho scelto di non raccontare il Covid perché, ottimisticamente, ho pensato che fosse una situazione transitoria e perché volevo raccontare la città indipendentemente da guerriglia e pandemia. Lì  poi erano tutti super vaccinati e super tamponati, talmente ligi ai doveri sanitari che potevano stare tutti senza mascherina, liberi di andare dove volevano senza restrizioni.

Tra Tel Aviv come avanguardia di Israele e Tel Aviv come bolla pronta a esplodere lei da che parte pende?
È difficile pendere. Un giorno sembra che Israele vada dietro a Tel Aviv, il giorno dopo, al contrario, che Tel Aviv segua Israele. Gli stessi abitanti della città possono dirti, come succede alla fine del mio film, che Tel Aviv sia sull’orlo della catastrofe o che invece sia lanciatissima verso il futuro. La città fa un passo avanti e uno indietro, impossibile stabilire quale forza prevalga.

Noi cosa possiamo imparare?
Di sicuro Tel Aviv ha l’energia per buttarsi alle spalle i problemi contingenti e andare avanti, una velocità da cui sono rimasta sedotta, perché noi invece viviamo in città statiche in cui difendiamo ciò che abbiamo. A Tel Aviv il wi-fi copre kilometri e kilometri di lungomare, si fanno tanti figli perché c’è un’assistenza totale con scuole, bus e servizi. Mi piacerebbe invitare il sindaco di Tel Aviv a Roma e fargli incontrare il nostro sindaco, dopo avergli mostrato il film.

(Foto di Stefano Cirianni)

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