/ INTERVISTE

Tra i tantissimi eventi storici accaduti sul finire degli anni ’70 in Italia, raccontati in numerosi titoli all’interno del 40mo Torino Film Festival, c’è un fenomeno che spesso passa inosservato: la strage giovanile legata al consumo di eroina. È questo l’argomento che sviscera il documentario fuori concorso Generazione perduta, diretto da Marco Turco e co-prodotto da Luce Cinecittà.

Per raccontare quel fenomeno strettamente legato ai movimenti di protesta del ’77, il regista si affida a una figura emblematica, forse ingiustamente poco ricordata: quella del giornalista Carlo Rivolta. Talento precocissimo e tra le firme di punta de "La Repubblica" fondata da Eugenio Scalfari, Rivolta era un cronista dalla fortissima personalità. Vicino, per età e per posizionamento politico, a quei giovani che stavano cercando di cambiare il mondo. Interessatosi alla grave epidemia di overdosi da eroina che stava letteralmente falciando una generazione, Rivolta si è avvicinato al mondo della droga tanto da finire egli stesso nel buco nero della dipendenza. Un fardello che lo porterà a una morte precocissima, a soli 32 anni.

Marco Turco ricostruisce quel periodo storico intervistando le persone più vicine al giornalista, proponendo i suoi incredibili scritti, letti con grande convinzione da Claudio Santamaria, in cui racconta in prima persona l’esperienza devastante della dipendenza e arricchendo il tutto con un gran numero di interessanti materiali d’archivio.

Marco Turco, dove nasce l’idea di raccontare quel periodo e, soprattutto, quella di scegliere Carlo Rivolta come protagonista?

Per chi, come me, ha vissuto quegli anni, mancava una parte. Cioè la tragedia dell’eroina, cosa è stata veramente questa invasione, al netto delle leggende. Quando, insieme alla mia autrice Vania del Borgo, abbiamo scoperto il libro L’aspra stagione, che parlava anche di Carlo Rivolta, abbiamo trovato chi incarnava la stagione che volevamo raccontare. Sembrava un personaggio scritto. Questo ha permesso di raccontare questa storia dalla soggettiva di un ragazzo. Trovato lui è stato possibile mettersi nei suoi panni e raccontare dal di dentro come si può finire in un vortice come quello in cui è finito lui e come sono finiti tanti ragazzi di quell’epoca. Ma non è un biopic, la sua vicenda si intreccia a quella della sua generazione. Come lui, nel film, ci sono almeno cinque testimoni, tra l’altro tutte donne, che vivono il rapporto con la dipendenza.

Un personaggio davvero incredibile, talentuosissimo e che faceva solo quello che voleva fare.

La sua forza era quella di essere un cronista vero, quello che ha fatto con l’eroina lo aveva fatto già fatto con la politica. Lui raccontava il movimento perché ci stava dentro. Stando dentro una delle parti lui aveva un occhio che era una macchina fotografica. Quando si parla di obiettività è sempre relativo, ma quando si parlava di cronaca lui riusciva a staccarsi dalle proprie passioni. Cosa che lui faceva puntualmente, nonostante gli creasse tanti problemi. Perché negli anni ’70 le parole erano pietre e se attaccavi qualcuno lo pagavi.

Secondo lei perché è caduto anche lui nel vortice della dipendenza?

I fattori sono tanti. Lui era un cronista e voleva provare quello di cui parlava. Esattamente come andava nelle manifestazioni dove si tiravano le molotov. Poi c’era quella sorta di purezza per cui se non sei compreso ti senti perso. Tanta è la tua fiducia nel mondo che, se il mondo non risponde, sei disarmato. E allora cedi. Era un bambino bisognoso d’affetto.

Nel film dice che lui era già morto prima della dipendenza e che l’eroina lo ha solo reso uno zombie. Forse alla base c’era una forte depressione?

Più che depressione era la delusione di uno come tanti di noi, che ha iniziato ad aspirare all’idea di cambiare il mondo e l’idea di potercela fare. Dopo il ’68 il cambiamento sembrava imminente, e poi boom: il terrorismo da una parte e l’eroina dall’altra. Un senso di impotenza nel non sapere nemmeno a chi dare la colpa.

Come e perché ha deciso di coinvolgere Claudio Santamaria?

 Claudio lo conosco da così tanti anni, abbiamo fatto insieme Rino Gaetano. Ho pensato a lui perché condividono una meridionalità di back ground, ma contemporaneamente di romanità vissuta. Entrambi hanno origini del Sud, ma sono cresciuti nella Capitale. Anche se ormai è un po’ più grande, per me Claudio è rimasto quel trentenne lì e me lo ricordava. Sulla voce abbiamo lavorato tanto perché Claudio ha una timbro più basso. È stata una bella scommessa, perché nel documentario c’è anche la voce di Carlo Rivolta. Anche se in montaggio mi sono guardato dal metterle vicine, lui ha fatto un grandissimo lavoro, si percepisce la stessa anima.

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