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Nel 1975 Maurizio Valenzi diventò il primo sindaco comunista di Napoli, una città che era appena uscita dalla gravissima epidemia di colera e che nel giro di qualche anno avrebbe affrontato anche la tragedia del terremoto. Resterà in carica otto anni, senza mai avere una maggioranza assoluta, grazie a una popolarità senza precedenti, che gli permise di apportare vere e proprie innovazioni urbane, come il recupero e la restituzione alla popolazione di importanti edifici storici e la lotta all’abusivismo.

Alessandro Scippa, figlio dell’assessore Antonio, ci aiuta a ripercorre quegli anni dirigendo La Giunta, documentario co-prodotto da Luce Cinecittà, presentato fuori concorso al Torino Film Festival. In film usa materiali d’archivio e raccoglie tantissime testimonianze: perlopiù si tratta di figli che raccontano i padri, con rispetto e gratitudine, consapevoli dell’eccezionalità di quel periodo storico tanto cruciale per la città partenopea, ma spesso dimenticato dalle tensioni ben più grandi che tormentavano il nostro paese.

Alessandro Scippa, vorrei iniziare nel modo in cui inizia e si conclude il documentario: con il terremoto. Cosa ha significato quell’evento per Napoli e per i protagonisti di questo film?

Il terremoto del 22 novembre 1980 fu uno spartiacque, che creò un prima un dopo nelle amministrazioni Valenzi. Un evento inaspettato e drammatico e si può dire che tutto quello che di buono fu fatto cominciò a sprofondare. Io lo faccio raccontare da Renato Carpentieri all’inizio. Lui legge il diario di Valenzi, che descrive proprio quella sera. L’estratto si chiude con un interrogativo un po’ angoscioso: dov’è Lucia? Dov’è Marco? I suoi due figli. Questo introduce il tema portante del film, ovvero il rapporto genitori figli. Il film è raccontato dal mio punto di vista, io che sono figlio di uno degli assessori delle giunte Valenzi, Antonio Scippa, che purtroppo è scomparso a settembre di quest’anno. Con questo film mi trovo a elaborare un doppio lutto: quello della fine della sinistra nel nostro paese e che credo di condividere con tanti altri, e poi un lutto personale.

Come ha cercato di affrontare questo doppio lutto?

Cercando di pensare a cosa c’è stato, a quanto c’è stato mio padre e quello che ha fatto insieme al PCI di Berlinguer. Cose straordinarie che vengono un po’ dimenticate e i cui fili si potrebbero ancora riprendere. Era una politica ancora capace di emozionare, coinvolgere, appassionare. Sono sentimenti veramente molto lontani dalla politica attuale. A me sembra che la politica avesse una certa bellezza e che quindi fosse anche cinematograficamente interessante. Infatti poi ho omesso gli errori e gli sbagli che ci furono non solo nelle giunte Valenzi ma anche nella politica del PCI. Ho cercato di guardare solo alle cose belle e costruttive che ci furono.

Tipo quali?

Il fatto di sentirsi un corpo sociale unico che si provava partecipando a un comizio. Una sensazione straordinaria che ancora mi ricordo: il brivido, l’emozione di essere in piazza e ascoltare l’inno Bandiera rossa e sentirsi un tutt’uno con la gente. Credo che sia qualcosa che ci manca da morire, ancora di più dopo la pandemia, che ci ha isolato tutti quanti. Insomma, quelli non furono solo anni di piombo. Giustamente vengono così ricordati, ma furono anche anni belli, almeno fino all’omicidio Moro.

Perché questa esperienza politica è avvenuta proprio a Napoli?

Quello che posso dire e che ci siamo interrogati sul fascino che un sindaco come Valenzi esercitava sulla popolazione napoletana. Probabilmente ci riusciva perché era un artista. E ai napoletani piace la figura del creativo e, soprattutto, della persona per bene. Quella generazione di amministratori era una generazione di uomini per bene e preparati, quando ancora il professionista della politica aveva un valore. Allora lo aveva.

Parlando, invece, dell'approccio registico: nel film si parla anche direttamente di fotografia e lei ha sperimentato delle particolari sovrapposizioni di immagini.

Ho chiesto al direttore della fotografia, Giancarlo Cardillo, di sperimentare perché non volevo riprendere Napoli direttamente. Volevo entrare in una dimensione un po’ universale e quindi gli ho chiesto di trovare un modo diverso. Nel film mi piace usare i riflessi, anche nella scelta dei testimoni: molti sono fotografi, giornalisti, che attraverso il loro lavoro hanno riflesso quell’esperienza, l’hanno già raccontata. Una scelta che ho deciso di riportare anche a un livello linguistico. Ho ripreso spesso superfici riflettenti, riflessi, frazioni e poi abbiamo usato un prisma, messo davanti all’obiettivo, che ci ha permesso di creare quelle sovrapposizioni, che non sono create in montaggio, ma sono create in tempo reale, direttamente in macchina. Una cosa ben diversa perché devi cercare quella sovrapposizione, non la trovi poi in post-produzione. Creano una città immaginaria che è quello che io volevo.

Perché voleva trovare questo effetto?

 Perché Napoli è vista e stravista, quindi questo per me era un modo per non cadere nella ripetizione di immagini della città che conosciamo. Ancora di più visto che io volevo riprendere luoghi simbolo della città, come Piazza Plebiscito. C’è proprio a un certo punto l’inquadratura di questa piazza che non esiste. Si vede il mare in un modo che non è possibile. Non è un caso che ho lavorato con un montatore, Mauro Santini, che non è napoletano, anzi che non c’è proprio mai stato. Non ci ha mai messo piede. Mi è stato molto utile avere uno sguardo estraneo alla città. Anche se io poi l'ho lasciata, chi è napoletano c’è sempre troppo dentro. Mauro è stato fondamentale per estraniarmi dai rischi della napoletanità.

Può raccontarmi come ha lavorato sugli archivi? C'è stata qualche sorpresa?

C’è tanto materiale del Movimento Operaio Democratico, che ha collaborato alla produzione insieme a Luce Cinecittà. Un ruolo fondamentale è stato quello della ricercatrice d’archivio Maria De Filippis, che è un ruolo spesso sottovalutato, se ne parla poco, sembra una cosa burocratica, ma se fatta bene può dare un contributo fondamentale al lavoro con i materiali d’archivio. Ci ha fatto delle analisi sui repertori privati e su quelli pubblici, e queste analisi anche emozionali sono molto utili. Poi in montaggio abbiamo anche cercato di costruire un flusso continuo, anche con certi espedienti, come l’uso del reverse, che sta un po’ a significare un ritorno indietro nel tempo, o qualcosa che può essere vista in modi diversi. Una scoperta è stata di un repertorio francese. Quella in cui Valenzi parla in francese, che è molto importante perché restituisce la sua statura europea. È un sindaco che è riuscito a dare una dignità europea a Napoli.

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