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Il mio nome è vendetta di Cosimo Gomez è il miglior esordio assoluto di un film italiano su Netflix almeno da quando la piattaforma (circa un anno e mezzo) fornisce i dati con le ore di visualizzazione. Così nella classifica mondiale dei film non in lingua inglese, Il mio nome è vendetta, al suo esordio in streaming, si è posizionato al secondo posto, con quasi 32,5 milioni di ore viste, dopo Troll del norvegese Roar Uthaug, irraggiungibile perché di ore ne ha più del doppio. Ma, per capirci, il film con protagonisti Alessandro Gassmann e Ginevra Francesconi, prodotto dalla Colorado Film di Maurizio Totti, Alessandro Usai e Iginio Straffi, ha doppiato il terzo in classifica, il brasiliano Un Natale pieno di Graça, annullando i risultati degli altri film italiani che in passato erano riusciti a entrare nella Top Ten come Yara di Marco Tullio Giordana (11,6 milioni di ore la prima settimana), Classic Horror Story di Roberto De Feo e Paolo Strippoli (9,1 milioni),  È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino (7,7 milioni) e Sul più bello di Alice Filippi (7,1 milioni).

Il mio nome è vendetta, scritto da Sandrone Dazieri, Cosimo Gomez, Andrea Nobile, è anche entrato nella Top 10 Film in 91 paesi al mondo, è il secondo film più visto in Italia e il quarto film negli Stati Uniti. «È un enorme successo, sorprendente e inaspettato – dice Cosimo Gomez a CinecittàNews (ringraziamo il regista per averci concesso l’immagine dello storyboard che accompagna l’intervista) – perché eravamo convinti che il film sarebbe piaciuto ma nessuno, né io, né i produttori, né Alessandro Gassmann, immaginava un riscontro di questa portata. Pensi che ieri il film è cresciuto del 6 per cento».

Cosa ha funzionato? Il fatto che appartenga a un genere ben preciso, quello dei film “di vendetta”?

Esistono tanti tipi di pubblico, chi segue le commedie romantiche e chi, ad esempio, i revenge movie come il mio. Forse una delle ragioni del successo è che io e gli altri sceneggiatori siamo andati dritti al punto del genere, lo abbiamo pensato come intrattenimento puro, magari non particolarmente impegnato ma che fosse il tipo di film che ci piace vedere in tv. Però aggiungendo qualcosa di nostro.

Ossia?

Qualcosa di mediterraneo e di latino, in particolare il rapporto importante fra un padre e la figlia, un archetipo in cui tutti si possono riconoscere. Quindi azione e intrattenimento puro, pensando a film come Man on Fire - Il fuoco della vendetta o alla serie di Taken o a Léon, ma con una storia calda e volutamente sentimentale che credo abbia fatto scattare qualcosa negli spettatori.

In effetti i protagonisti interpretati da Alessandro Gassman e da Ginevra Francesconi hanno una bella chimica.

Questo film è proprio loro. Un’altra delle ragioni di questo successo è proprio il loro apporto creativo. C’è stata una fase iniziale in cui questi personaggi sono diventati un po’ loro che hanno portato dentro al film la loro vita. Abbiamo anche cambiato in dialoghi con loro, c’è stata una commistione che dona a questo film un quid in più proprio nel lavoro attoriale.

Il film è credibile anche nelle scene d’azione.

Abbiamo realizzato tutto nel modo tecnicamente più accurato, per dire abbiamo realizzato gli storyboard per quasi tutte le scene del film, altrimenti non si può stare in questo mercato. Certo si può fare sempre meglio ma abbiamo fatto un altro passettino in avanti dopo, è giusto dirlo, quello di La belva. E poi ho seguito la lezione del mio amato Tony Scott che inframezzava tutte le grandi scene d’azione con i primi piani, aveva capito che nel’action, l’azione atletica è importante ma quello che fa la differenza è che ti devi emozionare e avere paura allo stesso tempo, e questo solo il primo piano te lo dà.

Paolo Sorrentino ha recentemente dichiarato che, di fronte alla crisi del pubblico nelle sale, vuole tornare a fare film solo per il cinema. Lei si sente in colpa di tutto questo successo sulla piattaforma di Netflix?

Assolutamente no, vorrei vedere… Queste operazioni dovrebbero essere benvenute perché portano in tutto il mondo un progetto italiano. I mezzi che ho avuto per fare questo film sono di gran lunga superiori a quelli per il cinema. Sorrentino è l’autore che stimo di più, non avevo letto questa dichiarazione ma è evidente che uno fa un film per farlo vedere a un pubblico. E le piattaforme ti consentono una capillarità di spettatori che la sala non può garantire per motivi oggettivi, per esempio il pubblico disseminato in provincia o le persone più anziane che non possono andare al cinema.

E ora che progetti ha in mente?

Questo è il mio terzo film, gli altri due sono di taglio diverso e hanno avuto un pubblico molto minore: Brutti e cattivi ancora viene visto su RaiPlay, spero che accada anche per il recente Io e Spotty. Allo stesso tempo il vantaggio d’aver esordito dopo i 50 anni è che rimango con i piedi per terra. La cosa più bella in questo momento è la possibilità di partire con altri progetti e con più fiducia da parte produttori.

Il mio nome è vendetta ha un finale che sembra già immaginare un sequel.

Esatto, è così. Non c’è ancora la luce verde ma sia io che gli altri sceneggiatori abbiamo molte idee su come andare avanti. Con Alessandro Gassman ci auguriamo proprio di farlo.

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