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“Ho lavorato in carcere per sei anni e conosco bene l’argomento, infatti ho suggerito alcune cose a Riccardo Milani per Grazie ragazzi”. Lo chiarisce subito Nicola Rignanese, attore foggiano classe 1965 che nella commedia ambientata tra i neo-attori dell’istituto penitenziario di Velletri è l’arcigno agente di custodia Ettore. “È stato uno smacco per me stare dalla parte dei secondini – aveva ironizzato durante la conferenza stampa - Una vera infamità, ma era uno sporco lavoro che qualcuno doveva pur fare”. L’attore, che dai primi anni ’90 ha calcato molti palchi teatrali e nel 1996 ha debuttato al cinema con Vesna va veloce di Mazzacurati, è una garanzia del nostro cinema: la sua presenza in scena è sempre precisa e incisiva. Per quanto i suoi ruoli possano essere stati piccoli, Rignanese ha sempre lasciato il segno, sia sul grande che sul piccolo schermo, dal Boris Giuliano de La mafia uccide solo d’estate al proprietario della Sala Eden in Margini.

Sul set di Grazie ragazzi lei era quello che conosceva meglio la realtà del carcere…
Sì, ho lavorato a lungo con la Compagnia della Fortezza di Armando Punzo (Leone d'Oro alla Carriera 2023 della Biennale Teatro NdR.), per sei anni ho passato praticamente tutti i giorni in galera a fare l’aiuto regista per una compagnia di detenuti. Una compagnia alla stregua delle normali compagnie teatrali italiane e internazionali, perché lì dentro si fa teatro, non terapia. Succedeva 30 anni fa. Iniziai perché vidi in piazza a Volterra Marat/Sade fatto dai detenuti. Mi colpì tantissimo, mi resi conto che era molto simile a un’esercitazione sullo stesso testo che avevo fatto in Accademia con Antonio Albanese: i detenuti l’avevano concepita proprio come noi. Chiesi allora a Punzo di lavorare con lui e lui mi chiese di aiutarlo in carcere. Ogni giorno superavo una porta blindata, poi un’altra e un’altra ancora, per finire in una doppia cella di nove metri per tre in cui eravamo in 30 a fare teatro. È stata un’esperienza forte: quando entri là dentro, di colpo non sei più padrone della tua vita, tutto è scandito in modo diverso. Ma paradossalmente in carcere provavo una grande sensazione di libertà, perché quando sei lì devi lasciare la tua vita fuori, comprese le beghe e le responsabilità. Armando è stato uno dei tre-quattro incontri fortunati della mia vita.

Ha stretto legami duraturi con qualche attore detenuto?
Sì, Nicola Camarda e Francesco Capasso sono stati altri miei incontri fortunati. In carcere gli attori sono diversi da fuori, hanno maggiore fisicità. Sono corpi pronti, reattivi, di persone che sono state abituate a venir fuori da situazioni non semplici. Ho capito che per loro la recitazione è una gran botta di adrenalina, la paragonavano ad alcune attività che avevano fatto fuori. Non a caso in Grazie ragazzi uno degli attori detenuti, dopo lo spettacolo, dice “è stato meglio di una rapina”. Quell’esperienza è stata importante per la mia crescita, uno scambio interessante. Come nella vita fuori, lì dentro ci sono persone belle e brutte.

Tra gli incontri fortunati sicuramente per lei c’è stato quello con Antonio Albanese, cui è legato da un lungo sodalizio e una grande amicizia.
Antonio è un collega, un amico, un fratello. Abbiamo iniziato insieme in Accademia, con Giuseppe Battiston eravamo un bel trio anche se, o forse proprio perché, fisicamente eravamo diversissimi l’uno dall’altro. Il nostro inizio fu possibile grazie a Renato Palazzi, che guidò e rivoluzionò l’Accademia Paolo Grassi di Milano. Fino a quel momento gli allievi erano tutti piuttosto omologati, ma lui cambiò il corpo insegnanti, svecchiò tutto, fece esperimenti estremi, e noi ne siamo stati in qualche modo il risultato. Senza di lui forse avremmo fatto altro.

E senza di lui, appunto, non ci sarebbe questo bel sodalizio umano e artistico che va avanti da decenni.
È vero. Sono orgoglioso del mio rapporto con Antonio. Sento coppie artistiche che ci tengono a precisare che nella vita non si frequentano. Io e Antonio invece ci vediamo più fuori dalle scene che sul lavoro: andiamo alle partite, in vacanza e a mangiare insieme, e se ci capita un film insieme facciamo in modo di stare nella stessa casa. Agli inizi, quando facevamo i provini, ci stavamo un po’ sulle palle, eravamo potenzialmente rivali, come molte grandi amicizie, anche la nostra è iniziata da una piccola tensione. Poi abbiamo lavorato insieme anche come animatori di un villaggio turistico: si capiva subito che avevamo una grande intesa.

Lei è quel tipo di attore che si può definire caratterista. Si riconosce in questa etichetta? Le sta stretta?
Se la prendiamo nell’accezione italiana, che significa che sei limitato e che puoi fare solo alcune cose, allora non mi piace. Se invece vuole dire che sei bravo a caratterizzare i personaggi, ne sono felice. Puoi fare anche un protagonista e caratterizzarlo bene. In Italia c’è la tendenza a incasellare, è più rassicurante. Forse io pago lo scotto di aver lavorato con i maggiori comici italiani, come Corrado Guzzanti e Virginia Raffaele. Oltre ad Antonio, naturalmente. E poi, nonostante abbia fatto anche cose drammatiche, forse si sono creati degli equivoci, forse sono troppo legato alla comicità, ma c’è da dire che buona parte degli attori italiani non sanno far ridere nemmeno col solletico. C’è una diseducazione al lavoro dell’attore, si pensa che possa farlo chiunque, ma quello è Zoolander e lo sguardo Magnum con una musichina ben fatta. Confesso, comunque, che mi sarebbe piaciuto avere più spazio, invece sono sempre i soliti quattro o cinque che fanno tutto.  

Ha lavorato anche in set internazionali, come quello di Trust di Danny Boyle, com’è andata?
Mi sono trovato benissimo. Donald Sutherland mi ha fatto i complimenti e avevo le lacrime agli occhi. Avevamo una scena importante insieme e mi sembrava un ventenne per l’energia che aveva, lavorava su impercettibili cambiamenti del viso. Per me la recitazione non è testa o psicologia, ma fisico, corpo, respiro.

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