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CANNES - Ripartire dalla solidarietà, da un pasto condiviso e da una reciproca comprensione. Per superare la latitanza della politica di sinistra, la propaganda e il gap che divide le persone. Ken Loach torna in concorso dopo due Palme d'oro conquistate (per Il vento che accarezza l'erba e Io, Daniel Blake) con The Old Oak, in Italia distribuito da Lucky Red.

Un film che è un manifesto politico, una presa di posizione motivata dalle parole dell'86enne regista inglese e del suo fidato sceneggiatore e sodale Paul Laverty. L'incontro con la stampa italiana è ospitato da un residence piuttosto spartano, segno della grande coerenza di quest'uomo. La cordialità e l'umanità di Loach sono ormai proverbiali tra chiunque lo abbia incontrato. Ogni domanda scatena un fiume di parole e riflessioni, ma è il film a dire di più muovendo emozioni fortissime.

The Old Oak è un pub, unico centro di aggregazione di un villaggio nel Nordest dell'Inghilterra, dove le miniere sono chiuse da tempo e le lotte dei lavoratori, con gli scioperi del 1984, solo un lontano ricordo. Il pub è gestito da TJ Ballantyne (Dave Turner), uomo di mezza età più volte ferito dalla vita ma non ancora affondato. E' un brav'uomo che condivide l'esistenza con la sua cagnolina e quando in città arriva un gruppo di rifugiati siriani si mette subito ad aiutarli. Ma è quasi il solo. Infatti gli stranieri, a cui sono destinate abitazioni e altri aiuti, vengono visti dagli abitanti del posto come usurpatori. C'è più di un'aggressione, verbale e anche fisica, molti fraintendimenti, molte chiacchiere velenose, qualche ritorsione. E' una guerra tra poveri alimentata dall'ignoranza. Ma non mancano gli uomini e le donne di buona volontà. Come la giovane siriana Yara (Ebla Mari), che ha imparato l'inglese facendo volontariato nel campo profughi e che coltiva la passione per la fotografia grazie alla macchina che suo padre, ora incarcerato dal regime di Assad e forse torturato, le ha regalato. La giovane fotografa e TJ stringono un forte legame di amicizia e solidarietà che illuminerà l'intera comunità. E la fotografia - così come la macchina da presa di Loach - diventa uno strumento potentissimo per dire quello che non si riesce a dire a parole e aiutare tutti a comprendere.

Forza, solidarietà e resistenza sono le tre parole impresse su uno stendardo che viene portato insieme da inglesi e siriani in corteo.

LOACH. Sono parole del nostro tempo. E' tutta una questione di comprensione e consapevolezza. Ma ci sono altre parole importanti, come quelle della vecchia tradizione delle Union americane: agitate, educate, organizzate. La cosa più importante è l'organizzazione. Possiamo vincere con i discorsi ma se non ci organizziamo non sarà una vera vittoria. Bisogna dare il potere alla classe lavoratrice e sottrarlo ai grandi potentati. I socialdemocratici ci hanno portato alla sconfitta, adesso occorre un cambiamento radicale, per esempio di fronte alla crisi climatica.

LAVERTY. Altre tre parole che voglio sottolineare sono sfruttamento, odio e capro espiatorio. Occorre fare delle scelte ben precise, in America e in Europa si cerca di dare la colpa a qualcuno, i migranti, per esempio. C'è un vuoto in cui si inseriscono i partiti della destra: in Grecia, Ungheria, Italia, forse in Spagna, in Gran Bretagna.

Viviamo un isolamento che rende difficile creare momenti di solidarietà, c'è molto individualismo.

LOACH. La società digitale tiene le persone lontane l’una dall’altra e questo rende il compito più difficile. Ma possiamo sempre organizzarci in sindacati, le forme comunitarie sono possibili anche perché i problemi riguardano tutti. Per esempio il caro alloggi per i giovani è una questione universale, su cui si arrabbiano anche persone che non si definiscono radicali. Oppure il sistema sanitario che sta crollando. In ogni famiglia c'è qualcuno che ha sofferto per l'assenza di cure. Dottori e infermieri scioperano. Dobbiamo essere ottimisti, possiamo organizzarci.

Avete ancora una volta raccontato una realtà del Nordest dell'Inghilterra, ma in questo caso intersecandolo con il tema dei profughi.

LAVERTY. Questo è il terzo film su Nordest per noi. I profughi sono realmente stati trasferiti in quelle zone. Ho trascorso parecchio tempo sulla rotta balcanica e ho conosciuto le persone che vengono dall’Africa e dai paesi in guerra, come Afghanistan, Pakistan e Siria. Arrivano in Europa passando dalla Turchia e dalla Grecia. Sono una lente d’ingrandimento sulla situazione attuale nel mondo. Quando parli con chi viene da Siria, Iraq e Afghanistan oppure con gli africani che fuggono dalla carestia, ti rendi conto della realtà. Non ha senso incolpare gli emigranti dei nostri problemi, bisogna andare alla radice. Ho parlato con persone picchiate, ho sentito racconti di uomini uccisi o sbranati dai cani. Vogliamo permettere che questo continui? Vogliamo lasciare che siano i razzisti a parlare? E' ingiusto che Grecia e Italia abbiamo dovuto farsi carico dei migranti, c’è stata una mancanza di solidarietà da parte dell’Europa.

Cosa pensate della destra italiana?

LOACH. La destra italiana segue lo stesso corso, forse anche più estremo, degli altri paesi europei. Le persone che sostengono la destra sono le stesse che sfruttano i lavoratori, che pagano stipendi da fame, che non seguono le regole. Chi rispetta l’umanità di tutti è anche chi ti difenderà quando verrai attaccato. Guardiamo al passato: chi ha sostenuto il fascismo in Spagna e in Germania? Le grandi imprese, la vecchia aristocrazia. Avevano paura del comunismo. Anche la Gran Bretagna ha dato aiuto ai fascisti spagnoli dal '36 al '39.

Il film mostra anche una guerra tra poveri, alimentata dalla propaganda di destra che fa presa sulle classi più disagiate.

LOACH. Sarebbe sbagliato dire che la destra sia sostenuta dalla classe operaia. La maggior parte dei lavoratori sono di sinistra. Ma bisogna raccontare la verità, partendo da un lavoro di base, dalle singole comunità. Noi organizziamo eventi che portino le persone a unirsi e incontrarsi, si creano situazioni festose e ai razzisti non piace che la gente rida e si diverta. Alla fine, come si vede nel film, siamo tutti buoni vicini. Il paradosso è che le persone sono generose, mentre sono i politici ad avere un atteggiamento crudele. Nelle scuole quando arrivano bambini stranieri che non parlano inglese, sorge un problema, perché gli insegnanti non hanno strumenti adeguati, e allora dobbiamo sostenere gli insegnanti. La lotta per migliorare le condizioni sociali fa sì che la propaganda non sia efficace.

Come avete trovato la bravissima protagonista Ebla Mari?

LOACH. Tutti i siriani che si vedono nel film sono autentici profughi che vivono nel villaggio, ma per portare sulle spalle il racconto c’era bisogno di una persona che avesse esperienza. Abbiamo incontrato a distanza trenta attrici siriane, quindi ne abbiamo convocate tre in Inghilterra e le abbiamo fatte improvvisare. Erano tutte e tre bravissime ma alla fine abbiamo scelto Ebla Mari, che viene dalle Alture del Golan. 

Il film si chiude con una prospettiva di apertura e speranza che non sempre nel vostro cinema vi siete concessi.

 LAVERTY. In Inghilterra, come in Nicaragua, e come tra i rifugiati siriani abbiamo incontrato persone che hanno vissuto esperienze atroci e che pure mantengono la speranza. Non volevamo generare un falso sorriso perché alcuni affogano il dolore nell’alcol o ricorrono al suicidio, ma ci sono alcuni che continuano a guardare il futuro con speranza. A queste persone volevamo rendere omaggio.

LOACH. La speranza è una questione politica. Se le persone hanno speranza vuol dire che credono di poter cambiare le cose e questo le porta a sinistra. Se non credono nella loro forza, sono ciniche, si sentono deboli e disperate e sono facile preda della destra. Abbiamo incontrato tantissima gente straordinaria. La donna siriana che interpreta la mamma di Yara è diventata la leader del nostro gruppo, ha una forza incredibile. Claire Rodgerson che interpreta Laura fa parte di un’organizzazione che lotta contro l’influenza della destra sui giovani. Se ci sono persone così al mondo, come faremo a perdere? Dobbiamo fidarci. Abbiamo talmente tanta forza e talento, che sono sicuro che vinceremo. Un giorno vinceremo.

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