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VENEZIA - Sardegna. Anna è donna dal passato difficile, ma ora libera – sotto tutti i punti di vista - che vive una vita a contatto con la natura, vendendo i prodotti della sua terra e delle sue capre. Un giorno, tornata dal pascolo, trova il suo terreno occupato da un cantiere, in vista della costruzione di un grande albergo. Inizia allora la sua battaglia legale – ma anche emotiva e umana – per rivendicare la proprietà della terra dove è cresciuta. Contro di lei una grande multinazionale e una comunità intera, che in quel cantiere vede una propizia fonte di lavoro, al suo fianco solo un modesto, ma agguerrito, avvocato.

Ispirato a una storia vera, Anna di Marco Amenta è nel programma delle Notti Veneziane alle Giornate degli Autori. Il film è prodotto da Simonetta Amenta. Una produzione Eurofilm con Rai Cinema, co-produzione Mact Productions con il contributo di MiC – DGCA, Media Europa Creativa, Eurimages, Regione Sardegna, Sardegna Film Commission, Région Île-de-France, in associazione con Videa Next Station Inthelfilm. Con il contributo di Uno Nessuno Centomila e Italia Nostra.

Anna ha ricevuto una menzione speciale alla 31° edizione del Premio Fedic, nell'ambito di Venezia 80.

Marco Amenta, come ha incontrato questa storia e quando ha capito che toccava le sue corde di regista?

Venendo dal documentario e dal giornalismo, mi interessa molto la cronaca, anche da fruitore. Questa notizia mi colpì molto perché era un caso realmente accaduto di battaglia di Davide contro Golia in un caso di speculazione edilizia in Sardegna, dove c’è ancora c’è la speranza di salvare una parte del territorio. In altre parti del Sud Italia, la battaglia è quasi persa. Poi ho stravolto la storia: ho trasformato il protagonista in una donna, abbiamo aggiunto tante cose, c’è una rielaborazione drammaturgica completa. C’è un intreccio shakespeariano o da tragedia greca, se vogliamo.

Nel film c’è una palese parallelismo tra capitalismo/maschile vs natura/femminile. È per questo che ha scelto una protagonista femminile?

È stata una scelta più viscerale che intellettuale. La donna si lega alla natura, agli animali. Ha un rapporto diverso con i suoi animali rispetto a quello che avrebbe un uomo. Non manderà mai al macello le sue capre.

Perché una donna così libera fa tanta paura nella nostra società?

La mia montatrice, Aline Hervè, lo definisce un film estremamente femminista. Anna ha subito una ferita, una violenza. Ma era interessante non compatirla, ma renderla moderna, dissacrante, con delle ombre. Fa paura perché non resta nello stereotipo vecchio e sbagliato che vuole debole una donna che ha subito violenza. Renderla aspra, irriverente, scontrosa, anche eccessiva in certi momenti, oltre che libera sessualmente, rompe un po’ questo stereotipo. Può dare fastidio agli uomini del paese che vediamo nel film, ma anche agli spettatori. È questo che rompe e dà modernità alla storia, sicuramente non è rassicurante un personaggio così: battagliero, che rompe gli stereotipi in maniera quasi autodistruttiva. Ma ha comunque l’affermazione di una femminilità potente.

Quanto era importante trovare un’attrice, oltre che brava, con una forte sensualità? Come ha lavorato sul casting per trovare la protagonista Rose Aste?

Ho fatto tantissimi provini. Abbiamo tante altre attrici sarde molto vicine alla dimensione di una levatrice, selvagge e molto sporche. Ma io cercavo anche il lato dell’erotismo inconsapevole. Questo lato un po’ alla prima Valeria Golino, quella di Respiro. Questo legame con il corpo e con la natura che un po’ si mescolano. Abbiamo questa ragazza che aveva poca esperienza - il teatro e un solo film in un piccolo ruolo – che riuniva tutti questi elementi, che non erano facili da combinare. Abbiamo lavorato tanto in preparazione, nella fattoria dove abbiamo girato, con le capre e gli animali, per rendere un’autenticità di lei in quel contesto. Abituare lei alle capre e viceversa, perché devono accettarla come loro pastore. Lei si è appropriata di quei luoghi, quindi durante le riprese gli attori non erano bloccati nelle posizioni di luci, ma liberi in quello spazio, anche se drammaturgicamente costruito. Mi piace quando gli attori recitano in maniera viscerale.

In questo ha contribuito anche la lingua. Come avete lavorato sul sardo?

Il sardo è una lingua, qualcosa in più di un semplice dialetto. Una lingua colta, che ancora mantengono. Quasi tutti gli attori lo sapevano, aumenta la profondità e aggiunge significato. Una lingua arcaica e aspra come il personaggio di Anna. Ricorda la pietra, la terra. L’abbiamo capito negli ultimi anni: Gomorra non può essere recitato in italiano.

È d’accordo con Favino, insomma?

Se un attore americano impara l’italiano non è un problema. Il problema è la lingua, non la nazionalità. Favino quando ha fatto Buscetta ha imparato la lingua. È un peccato togliere l’autenticità della lingua al personaggio, che sia sardo, turco, francese. È portatrice di significato, anche inconsapevolmente.

Come ha costruito il rapporto tra i due protagonisti, Anna e il suo avvocato, interpretato da Marco Zucca?

Ad Anna, l'avvocato offre un tipo di uomo diverso dal maschio alpha, forte, deciso. Sia fisicamente che a livello di personalità: è tenero, non si impone. All’inizio per lei è un tipo di uomo che neanche guarda, perché lei è una donna alta, forte, bella, prorompente che ha sempre avuto a che fare con il maschio alpha. Né noi, né lei ci aspettiamo una storia d’amore, ma è qui che è interessante, perché rompe lo stereotipo e offre una mascolinità diversa. Un argomento su cui dovremmo ragionare proprio in questi giorni.

di Carlo D'Acquisto

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