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LOCARNO - Rita Pavone si è tolta tante soddisfazioni nella sua vita. Era ancora giovanissima (ma già in testa alla classifica dei dischi venduti) quando Umberto Eco la analizza come importante fenomeno di costume giovanile nel suo “Apocalittici e integrati”. E ci fu una vera e propria rivolta sui rotocalchi più popolari da parte dei lettori quando Alighiero Noschese propose una parodia molto irriverente di lei e Teddy Reno a Doppia coppia: il risultato fu che l’imitazione venne subito cancellata. In tempi più recenti, Gianni Borgna ha scritto che di tutti i cantanti degli anni '60 è lei quella con la voce più adatta per cantare le canzoni “ye-ye”, per via di quella particolare capacità di proporre l’articolazione sincopata delle parole. Senza contare, naturalmente, il fatto di essere diventata un’icona gay (sicuramente per via del suo album Gemma in cui racconta l’omosessualità femminile e per l’ospitata in un album di Cristiano Malgioglio, ma anche per aver interpretato Gian Burrasca nel musical televisivo diretto da Lina Wertmuller e musicato da Nino Rota).  

Quest’anno, al Festival di Locarno, la Pavone ha potuto godere anche di una rivalutazione cinematografica. La retrospettiva sulla Titanus (che ha inserito nel programma il film del 1967 Non stuzzicate la zanzara, in cui lei è protagonista) ha infatti evidenziato come gli anni '60 della gloriosa casa di produzione non siano solo caratterizzati dal kolossal Il gattopardo, ma anche dalla sagacia di Goffredo Lombardo che per primo intuì le potenzialità dei film musical interpretati dai cantanti più amati dai giovanissimi, i cosiddetti “musicarelli”. C’erano Gianni Morandi e Caterina Caselli che spopolavano. Ma va riconosciuto che quelli interpretati da Rita Pavone avevano una marcia in più. Probabilmente ciò era dovuto alla regia di Lina Wertmuller, che accentuava le caratteristiche pop di questi film proponendo scenografie avveniristiche decisamente influenzate dalla pop art. Rita oggi lo riconosce, ma, come sottolinea durante la conversazione col pubblico locarnese, c’era anche dell’altro: “Quei due film, Rita la zanzara e Non stuzzicate la zanzara, sono stati una vera e propria palestra. Lo sono stati per me, che ero giovanissima, ma anche per molti altri. Innanzitutto per Giancarlo Giannini, che era agli inizi e cominciò a farsi conoscere proprio come professore timidone innamorato di me. E poi per le Collettine e i Collettoni, i gruppi che mi accompagnavano nelle scene musical. Sapete chi c’era? Qualche nome lo conoscete sicuramente: Renato Zero, Loredana Bertè, Stefania Rotolo, Silvia Dioniso. Ripeto, eravamo giovani, eravamo ragazzi. Ma avevamo del talento, e anche una gran voglia di metterlo in mostra. Era quello che ci diceva Lina Wertmuller: siete bravi, quindi dimostratelo. Di Lina, che ancora oggi è una grande amica, ricordo anche quel che mi diceva ogni volta che durante le scene parlavo troppo in fretta: mi sei piaciuta moltissimo Rita, ma famme capì!".

Nonostante la scarsa attenzione che la critica ha sempre riservato alle pellicole musicali di quell’epoca, Rita ci tiene a sottolineare che “quelli erano film semplici, ma fino a un certo punto. Se li guardate oggi, come è successo a me, troverete molte cose che erano un po’ lo spirito del tempo. I ragazzi volevano viaggiare, volevano costruirsi una vita nuova, diversa da quella di chi li aveva preceduti. E io nel film viaggio: non voglio stare in collegio, viaggio, prendo la macchina. Giannini, poi, fa il professore irreprensibile ma di nascosto canta in un gruppo beat. Erano cose che all’epoca succedevano”. Un po’ il destino della cantante, che figlia di un operaio immigrato a Torino dalla Sicilia, inizia molto piccola la sua carriera di artista: “A due anni cantavo in piedi, sul tavolo, una canzone messicana. Mi piaceva da morire la musica. Il problema, diceva sempre mio papà, non era farmi cominciare, ma farmi smettere. Ho sognato quindi quasi subito di cantare - da ragazzina rimanevo ipnotizzata dai film con Judy Garland e Fred Astaire -  e quando è successo per davvero ho capito che nient’altro mi avrebbe reso più così felice. Ricordo ancora la prima volta davanti al pubblico: si trattava di due spettacoli. Nel primo dovevo fare l’imitazione di Al Jolson, nell’altro dovevo interpretare una ragazzina americana che arriva a Roma per la prima volta. Fu talmente bello esibirmi che ebbi la febbre per una settimana”.

Tra i ricordi di Rita anche l’incontro con Elvis Presley: “ Fu emozionantissimo conoscerlo. Io non ero che una ragazzina all’epoca. Mi trovavo in America per l’incisione di un mio disco e per caso seppi che proprio quel giorno sarebbe passato dagli studi anche il grandissimo Elvis. Non fu facile convincere i manager a farmelo conoscere, ma io sono una testarda e così quella sera stessa mi portai a casa un suo poster autografato”. Parlando dei suoi attuali progetti la Pavone si sofferma soprattutto sul nuovo disco Master, che segna il suo ritorno alla canzone dopo un silenzio di nove anni. Per quanto riguarda il cinema invece rivela che se dovesse mai fare ritorno sul set vorrebbe essere diretta da Pupi Avati “un regista che amo molto per come sa lavorare con gli attori”. E aggiunge: “Giulietta Masina una volta mi disse una cosa che mi colpì molto: tu sei come me, hai gli occhi da clown. Ed effettivamente è vero, nonostante la mia grande solarità c’è una parte di me molto malinconica, che potrebbe essere giusta per il cinema”. 

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