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PESARO. Una donna volitiva e passionale, creatrice del folk latino americano, un’artista così concentrata nel suo impegno musicale da sacrificare per un periodo gli affetti familiari più cari. Alla metà degli anni ’50 partì infatti sola per un tour europeo, cominciato nella Polonia comunista, lasciando in Cile i tre figli bambini, di cui uno ancora troppo piccolo. Questa era Violeta Parra (1917-1967), innanzitutto cantante e autrice, che in Italia abbiamo conosciuto con gli Inti Illimani, il popolare gruppo cileno che interpretò alcune sue canzoni nei tour italiani, durante gli anni del governo di sinistra di Salvador Allende e quelli della lunga dittatura di Pinochet (1973-1990).

A raccontarcela è il 48enne regista Andrés Wood nel drammatico Violeta Parra. Went To Heaven, Gran premio della giuria al Sundance Festival 2012, candidato cileno all’Oscar come Miglior film straniero e ora distribuito in Italia il 4 luglio da Monkey Creative Studios.  Wood si è fatto conoscere e apprezzare nel circuito italiano con Machuca (2004), presentato alla Quinzaine, sulle traumatiche vicende politiche cilene del golpe militare del 1973, con protagonisti due allievi di una scuola cattolica e la loro amicizia: Gonzalo di ricca famiglia borghese e Pedro Machuca ragazzo delle bidonville.

Violeta Parra. Went To Heaven è un biopic che ripercorre, sulla scorta del libro “Violeta se fue a los cielos” del secondogenito Angel Parra (pubblicato in Italia da Casini Editore), i momenti salienti di un’esistenza nella quale la musica, l’arte e l’amore sono centrali. Dal film, costruito intorno a un’intervista televisiva tratta da varie e autentiche fonti, emerge il ritratto di una donna fortemente impegnata nella scoperta e nella valorizzazione della cultura popolare e della memoria musicale, un’artista attenta all’ingiustizia sociale.
Un lavoro che l’ha portata a percorrere il Cile, da Nord a Sud, per assimilare i canti, i testi, le note sedimentati col tempo nel cuore di villaggi sperduti. Non a caso al giornalista che le chiede quale mezzo espressivo preferisca tra poesia, pittura e musica, così lei risponde: “Io sceglierei di stare con la gente, perché sono loro che mi ispirano”.
E in mezzo alla gente vuole stare quando dà vita nel 1965 fuori città, su una collina, a un grande tendone, La Reina, dove si beve e si ascoltano i suoi concerti e di altri gruppi. Un luogo che sarebbe dovuto diventare ‘l’Università del folklore’.

Ma il film, dall’impianto tradizionale, è anche il tentativo riuscito di spiegare il suicidio all’età di 50 anni, dopo che il musicologo e antropologo svizzero Gilbert Favré, al quale dedicherà tante canzoni d'amore, l’abbandona per andarsene in Bolivia. Lasciando sullo sfondo l’adesione della cantante al comunismo, il regista concentra il biopic non solo sulla vita artistica, ma anche su quella privata di Violeta, in particolare i controversi rapporti con uomini e figli, spesso condizionati in nome della musica.
E centrale dal punto di vista narrativo è la colonna musicale affidata alla straordinaria interpretazione del repertorio di Violetta Parra da parte di Francisca Gavilan che, sotto la guida di Angel Parra, ha anche imparato a suonare la chitarra e il cuatro venezuelano.
Il film non tralascia anche la Violeta pittrice, talento che esprime durante la permanenza a Parigi, dove è la prima donna latino americana a esporre nel 1964 i suoi dipinti al Louvre. Come afferma il regista in un’intervista: “Violeta ha conservato il meglio del Cile, diede uno sguardo concreto a se stessa, al suo paese, alle sue radici, alla sua gente”.

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