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PESARO. Grazie alla tavola rotonda guidata dal direttore artistico del Festival Giovanni Spagnoletti, giornata dedicata all’approfondimento sul nuovissimo cinema cileno dell’ultimo decennio, che ha ottenuto di recente importanti riconoscimenti internazionali: l’Orso d’argento all’interprete, Paulina Garcia, di Gloria di Sebastián Lelio; la candidatura di No. I giorni dell’arcobaleno di Pablo Larrain nella cinquina per l’Oscar Miglior film straniero, dopo aver vinto alla Quinzaine 2012; Violeta Parra went to heaven di Andrés Wood Gran Premio della giuria al Sundance 2012. Eppure un cinema poco visto in patria.
Nonostante il continuo incremento del pubblico in sala a partire dal 2000 fino a sfiorare i 15,2 milioni di spettatori (a fronte di una popolazione di 17,2 milioni), il pubblico per i titoli nazionali è calato dall’8% del 2008 a una media circa del 3%, nel periodo 2010/2012, come rileva il critico Giovanni Ottone. Del resto 2/3 pellicole cilene passano in un anno in televisione, circa 30 quelle distribuite in sala, per lo più di genere popolare e commerciale.

Purtroppo come sottolinea il regista Vincenzo Marra, che per ragioni personali vive tra l’Italia e il Cile, questo nuovissimo cinema d’autore con difficoltà trova spazio nel circuito cileno. Un cinema cresciuto in modo spontaneo senza che vi siano stati un manifesto programmatico, una dichiarazione teorica, piuttosto una comunità operosa che ha rifiutato il cinema industriale e commerciale, o datato o accademico.
Sebastián Lelio la chiama “una vertigine del fare”, un’urgenza non pianificata di realizzare film, la cui origine è in fondo un mistero. “Evidente era però lo squilibrio tra la modernità vissuta dal Cile e il suo cinema che, prigioniero di schemi tradizionali, non riusciva a raccontare il rinnovamento della nostra società”, continua Lelio.

“I nuovi registi del decennio, spesso allievi della Scuola di cinema nazionale,  hanno realizzato film a basso budget per avere la massima libertà - dice il critico e sceneggiatore Gonzalo Maza - Prevalgono storie private, ambientate in spazi chiusi o in appartamenti, dove la famiglia o il gruppo in scena vive una minaccia sotterranea della propria intimità. Ma ci sono anche film in spazi aperti nei quali la natura del Sud del Cile diventa un rifugio per quella intimità.
“Ci siamo sentiti orfani e ognuno ha cercato il proprio padre, ecco perché gli esiti sono così diversi l’uno dall’altro - spiega Alejandro Fernández Almendras - L’urgenza di fare film ci ha spinto a inventarci risorse trovandole tra gli amici, i parenti”. Vengono così realizzati film molto personali con i quali ogni regista difende la sua indipendenza, aggiunge Matías Bize.

Come è accaduto per la musicista Violeta Parra o per la scrittrice Gabriela Mistral, Premio Nobel nel 1945, la fama è stata conquistata prima all’estero, poi in patria. “E’ la maledizione dell’artista cileno - afferma Maza - che sconta una radicata sfiducia nei suoi confronti da parte di questa nazione e del suo popolo”. Così, senza che ci fosse una strategia, i riconoscimenti sono venuti dai grandi festival.
Nonostante l’affermarsi del talento non altrettanto è cresciuto il sostegno pubblico dello Stato. I fondi statali coprono una piccola quota di film l’anno: 4 o 5, rispetto alle richieste, 20/25. Questi titoli d’autore escono poi in poche copie e in poche sale. “Non c’è una legge che protegge il cinema nazionale in sala; né quote da rispettare, né protezione fiscale; non esiste l’eccezione culturale”, evidenzia ancora Maza.

Del resto il cinema non ha un posto nell’agenda dei candidati alle prossime elezioni presidenziali, prosegue Maza. Anche il programma della socialista Michelle Bachelet (già presidente della Repubblica dal 2006 al 2010) non lo affronta; quel che ci si può aspettare, una volta andata al governo, è un aumento del fondo statale. Nient’altro, visto che la cultura non è in cima ai pensieri dei politici cileni. Naturale allora che i registi abbiano interrotto qualsiasi rapporto con il mondo della politica. Un ottimo spunto per un prossimo film meno privato e più pubblico.

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