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BUSTO ARSIZIO - Arlecchino è uno dei personaggi più noti in tutto il mondo. Come sanno gli appassionati della commedia dell’arte, e non solo loro, è solo in apparenza un personaggio allegro e spensierato: dietro la maschera, sotto i colori che compongono il suo vestito pulsa un cuore che cela tante contraddizioni, una certa astuzia ma anche una discreta propensione a commuoversi. Proprio da questo è partito Giorgio Pasotti per delineare il suo personale Arlecchino, con il quale esordisce alla regia: Io, Arlecchino è soprattutto la storia del rapporto tra un figlio e un padre. Il padre sta morendo, il figlio conduce un talk di successo nel pomeriggio televisivo di un importante canale. Il padre è molto legato alla tradizione: per questo, durante la sua vita, non ha mai smesso di impersonificare a teatro la nota maschera. Il figlio ritiene il teatro qualcosa di preistorico, di estremamente lontano. Ma sarà proprio la malattia del padre a fargli cambiare idea e a fargli scoprire che "c’è un Arlecchino dentro ognuno di noi”.

La storia ha affascinato Pasotti, al punto da fargli accettare di esordire alla regia: “C’erano tante componenti che mi hanno spinto a fare questo passo. Io sono di Bergamo, di Bergamo è anche il mio coautore Matteo Bini che ha lavorato tanto nel documentario, in Italia e soprattutto in Inghilterra. A Bergamo, e più precisamente nel piccolo borgo medievale di Cornello del Tasso, è stato ambientato il film. La storia non era mia, il progetto era già bello e pronto quando mi è stato proposto. E mi ha affascinato a tal punto da farmi compiere il gran passo, quello dall’altra parte della macchina da presa. Farlo insieme con un vero e proprio genio del montaggio e dell’inquadratura quale è Matteo Bini è stato più facile: però vi giuro che è un film che sento davvero mio, nel quale ho dato tutto quello che potevo e che sapevo”.

Ospite del Busto Arsizio Film Festival, che presenta il film in uscita nelle sale il 4 giugno, Pasotti non nasconde il suo entusiasmo mentre tratteggia le sue fonti d'ispirazione: “Il mio punto di riferimento è stato sicuramente Mario Monicelli. Per carità, lo so che sto parlando di un maestro, di un vero e proprio mostro sacro. Ma io ho avuto la fortuna di interpretare il suo ultimo film Le rose del deserto, e in quella occasione lui mi ha insegnato molte cose. Mi ha detto: qui ci sono troppe persone che si considerano autori anche se non hanno mai fatto niente, e che pensano sia necessario confermare questa ‘autorialità’ cercando di essere il più possibile difficili, involuti, cervellotici. Invece bisogna fare esattamente il contrario: avere bene in mente ciò che si vuole raccontare e poi narrarlo nel modo più semplice possibile. Ecco, mentre giravo Io, Arlecchino ho pensato tante volte a quello che diceva il grande Mario. Ho cercato di raccontare una storia semplice nella quale fossero chiari i sentimenti e i legami che possono unire - ma anche allontanare - un padre e un figlio. E mi piaceva il fatto che tutto questo avvenisse tenendo sullo sfondo un personaggio come Arlecchino, che tutto il mondo conosce. Arlecchino è un ottimo tramite per fare un cinema che non sia solo italiano, proprio perché Arlecchino è profondamente e indiscutibilmente italiano. Anche questo devo a Monicelli: gli devo tutto l’amore che ho profuso per questa storia, semplice e universale al tempo stesso”.

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