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Passione, curiosità, ma soprattutto grandissima attenzione al proprio lavoro. È questo quello che emerge da "Cinema, televisione, cinema. L’ultima volta dell’Istituto Luce", autobiografia del critico e dirigente televisivo Angelo Guglielmi che è stata presentata in questi giorni al Busto Arsizio Film Festival. D’altra parte lo stesso autore si definisce un “lavoratore della televisione che racconta e documenta un grande amore, quello per il cinema” e spiega perché, da uomo di televisione, ha sentito il bisogno di scrivere un libro che certamente rievoca la sua formazione, le varie attività a Raitre e gli anni da amministratore delegato e presidente dell’Istituto Luce ma che si concentra su un elemento che non è mai venuto meno: l’irresistibile attrazione per il grande schermo. Una passione che lo ha accompagnato nel corso degli anni e lungo tutta la sua carriera, che gli ha permesso di trovare strade nuove - soprattutto per quanto riguarda la produzione -  anche quando cinema e televisione parevano due universi inconciliabili.

“Ho scritto questo libro – dichiara Guglielmi – per mettere fine a un equivoco che durava da tempo, da quando, diventato presidente dell’Istituto Luce, si cominciò a dire che non amavo il cinema perché durante il mio incarico da direttore di Raitre mi ero occupato solo di televisione. Ma era ovvio che fosse così: all’epoca la tv faceva tv e basta. Era un nastro trasportatore. Non solo non c’era il cinema, mancavano anche il teatro e la letteratura. Questo però non mi impedì di trovare i finanziamenti per produrre dei film. Fra questi ad esempio c’è Nuovo cinema paradiso - che vedeva anche il coinvolgimento di Cristaldi - e di cui sono particolarmente orgoglioso per via del Premio Oscar che ottenne poco tempo dopo”.

Ma il rapporto dell’ex direttore di Raitre con il cinema inizia molto tempo prima, quando in Rai si trova a gestire il settore dedicato alla sperimentazione e decide di portare in tv le vite dei grandi personaggi dell’arte e della letteratura: “Volevo raccontare questi grandi nomi in maniera diversa, mescolando il linguaggio cinematografico con quello televisivo, sapevo di avere una libertà che non mi sarebbe più capitato di avere. Così realizzai una vita di Michelangelo affidando la parte principale a Gian Maria Volontè. Poi ci fu Dante, diretto da Cottafavi e interpretato da Albertazzi e il primo Francesco di Liliana Cavani, che accettò solo a condizione di girare con una macchina da presa per il cinema. Volevamo che le vicende legate al santo patrono d’Italia avessero un’impronta quasi documentaristica e per questo girammo tutto ad Assisi. Fu una produzione molto costosa. Inizialmente si parlò di 34 milioni di lire, ma ovviamente i costi lievitarono e fu solo grazie al coraggio di un produttore come Leo Pescarolo, che finanziò il film anche di tasca sua, che potemmo concludere il progetto”. Tra i tanti ricordi ci sono anche quelli legati alla realizzazione di Galileo Galilei: “In Rai ci furono delle liti spaventose - la Chiesa non lo voleva – ma alla fine, ancora supportato da Pescarolo, la spuntai ”. Parlando del presente invece Guglielmi afferma: “la fiction è l’ultima grande invenzione della Rai, il prodotto che ancora oggi salva il cinema”.

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