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BUSTO ARSIZIO - La storia è sospesa tra fantascienza, dramma psicologico e racconto allegorico. L'esperimento è basato sull'idea di fare un film d'azione a bassissimo costo, lavorando però sui contenuti e sulla psicologia dei personaggi. Il regista, Marco Maccaferri, ha una lunga militanza cinefila ma è noto soprattutto per i suoi lavori televisivi, realizzati tra l'Italia (è stato per molti anni una delle colonne di Centovetrine, la fortunatissima soap di Canale 5) e la Svizzera. Stiamo parlando di D.A.D., che a lungo è stato indicato sugli elenchi di film italiani come Il buco e che adesso è finalmente terminato e, dopo l'anteprima al Busto Arsizio Film Festival, uscirà a giugno nelle sale distribuito dall'Istituto Luce-Cinecittà.

Presentando il film, Marco Maccaferri ha ammesso di aver riversato nel soggetto la sua pluriennale cultura di fantascienza e di fumetti: “E' una storia difficile da raccontare. C'è uno sprofondo nel quale si sono rifugiati i protagonisti del film, una buca tipo quelle delle cave dove loro devono vivere stando molto attenti a non alzare troppo la testa. Infatti fuori c'è un misterioso cecchino che non perdona: ogni volta che per qualsiasi motivo uno dei reclusi alza la testa, viene inesorabilmente colpito a morte. Non si sa perché il cecchino spari e si conosce molto poco delle storie di coloro che stanno rinchiusi in quel buco. Ma siamo di fronte a un microcosmo, a uno spaccato di umanità contenuto in quello spicchio di mondo. Mi interessava raccontare le loro reazioni. Tutti noi ci comportiamo in modo diverso, quando succede qualcosa che non riusciamo a comprendere. In fin dei conti, la storia del film è tutta qui”.

Una storia che potrebbe essere il soggetto di un'avventura di Dylan Dog, per limitarci al fumetto italiano… “Si, ma potrebbe essere anche la versione contemporanea di una storia come Ombre rosse, il western di John Ford che personalmente adoro. Lì, all'interno della diligenza circondata da un pericolo che diventerà visibile solo nelle ultime sequenze del film, si vede come il pericolo modifichi le persone che sono coinvolte loro malgrado nella vicenda. Anche nel mio film tutti cambiano, tutti si svelano. Paradossalmente, l'unica persona che rimane sempre uguale a se stessa è una vecchia malata di Alzheimer. L'Alzheimer è un disagio che non viene mai usato nei film d'azione. Ma il mio è un film d'azione molto particolare, ho l'ambizione di aver voluto fare un film che sfuggisse ai cliché”.

Come si lavora a basso costo in un film che ha comunque bisogno di effetti e di ricostruzioni? “Ci si lavora con l'arte d'arrangiarsi, un qualcosa che ho imparato in televisione ma anche ho ammirato in tanti registi che ho seguito per tutta la loro carriera, da Roger Corman al nostro Mario Bava. E quindi ho scelto una scenografia naturale, una delle tante cave che deturpano purtroppo molte località del Nord Italia. E, per coordinare i movimenti dei nostri attori in quello spazio ristretto, ho pensato a una coreografia. La mia compagna è una coreografa, e io per un anno ho immaginato una versione on stage della storia sotto forma di uno spettacolo di teatro danza. In questo modo, ho potuto fare un numero infinito di prove, ho potuto allenarmi a gestire tante persone in uno spazio ristretto. Di fatto, ho unito la ricerca del teatro-danza con il mestiere necessario per dirigere le soap, che è stata a lungo la mia attività principale. Insomma, credo che D.A.D. sia sperimentazione ma anche spettacolo. E quindi il cinema che mi piace di più”.

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