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TRIESTE - Marco Bellocchio ha ritirato al Trieste Film Festival il premio attribuito dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI) andato a Fai bei sogni, che è stato designato Miglior Film Italiano del 2016 attraverso un “referendum” aperto a tutti i soci del Sindacato. Un po’ sorpreso e particolarmente soddisfatto, Bellocchio, perché questo riconoscimento gli arriva proprio dalla critica, che all’epoca della presentazione alla Quinzaine des réalisateurs al Festival di Cannes e anche in seguito, quando il film è uscito nelle sale italiane, si era divisa nel giudizio, soprattutto intorno alla scelta di adattare per lo schermo l’omonimo romanzo best-seller di Massimo Gramellini. È stata l’occasione per rivedere la pellicola e discuterne con il pubblico, interessato a collocare la nuova opera nel percorso dell’autore attraverso quei temi che da sempre agitano il suo cinema: la casa, la madre, il padre, i condizionamenti della famiglia, la ribellione, la ricerca della verità, per poi intrecciare le vicende private della borghesia italiana con la Storia del nostro paese e offrire una personale lettura della società.

La conversazione con Bellocchio, durante una masterclass gremita (tra i presenti anche Marino Masé, uno degli attori de I pugni in tasca), moderata dal fiduciario Sncci Triveneto Adriano De Grandis, ha preso spunto proprio dal binomio Bellocchio-Gramellini, inizialmente sorprendente ma, come il regista ha avuto altre volte modo di ribadire, la decisione di adattare il romanzo per il grande schermo è stata orientata alla ricerca di uno spunto che, al di là del testo, consentisse al regista di firmare un film che potesse sentire come “suo”. È stata certamente cruciale, in questo senso, la figura della madre, ricorrente al limite dell’ossessione nella filmografia bellocchiana, da I pugni in tasca fino al cortometraggio Pagliacci, presentato l’estate scorsa alla Settimana Internazionale della Critica a Venezia.

Stavolta, però, si tratta di una madre “ideale”, affettuosa, molto diversa dal modello materno che di solito rientra nell’immaginario del regista piacentino. “Questo amore quasi irreale - spiega - di una madre per il suo bambino, a sua volta ricambiato, è qualcosa che io non ho conosciuto e mi è piaciuto rappresentarlo, così come il lavoro di sopravvivenza per non soccombere alla morte della madre e il successivo processo di rimozione. È una storia che ha qualcosa di straordinariamente affettivo ma anche di oscuro”. Con Bellocchio si è parlato di cinema, ma anche di società, di ieri e di oggi, di tensioni diverse che attraversano diverse generazioni, di rabbia. “Si cerca di fare bene in nome di un’idea, di un’ideale, o di un’utopia - racconta il maestro - perché io non ho mai creduto che l’Italia potesse diventare una repubblica socialista sovietica, anche se ho militato per qualche mese nel partito maoista, sempre in una 'forma religiosa'. Nel corso del tempo, alcuni residui ideologici è come se li sentissi in modo naturale. Ma quando vedo il messaggio o una cosa che devo dire perché è giusto dirla, cerco di esprimermi partendo delle immagini. Diffido dei proclami”.

“La rabbia è un po’ diluita – prosegue - l’Italia di oggi sta sperimentando un altro tipo di rabbia, diversa da quella degli anni ‘60, forse più legata all’ideologia. Dal ‘68 e durante tutti gli anni ‘70 c’era un sentimento feroce contro la generazione democristiana che aveva fatto il boom attraverso la corruzione. I giovani, in modi diversissimi ma se non complementari in qualche modo sorprendentemente vicini tra loro, si ribellavano ai padri. Era una rabbia che aveva delle bandiere, degli slogan, dei miti del passato remoto. Oggi c’è una rabbia più disperata e più diffusa, cieca. Non ci vuole molto a riconoscere che i flussi migratori a cui assistiamo non li puoi bloccare e chi propone soluzioni inattuabili lo fa in modo pretestuoso. Non ci credono neanche loro, ma ingannano le persone e le convincono che questa possa essere una soluzione. Andrà avanti per decine e decine di anni, non dico che sarà invasa l’Europa, ma non è certo mettendo tre navi che blocchi il fenomeno, perché le persone che scappano dalla guerra, per non morire, continueranno a venire. Ci vuole un’intelligenza complessa e dispiace vedere la falsità sulla faccia di certi politici. Portare la gente alla cecità in nome di niente, votate per me perché risolverò il problema”.

E ancora, il cinema tra ieri e oggi: com’era affacciarsi all’industria cinematografica negli anni ’60, quando di opere prime ce n’erano più o meno una l’anno, e come funziona oggi, nell’era della democrazia digitale, quando di esordi ce ne sono circa 50 a ogni stagione. La televisione, il calo delle presenze in sala e i laboratori “Fare Cinema” a Bobbio. E, per concludere, un ultimo ricordo dedicato a Emmanuelle Riva, scomparsa il giorno stesso, che con Bellocchio aveva recitato in Gli occhi, la bocca. “Un’attrice straordinaria, per la quale ho sempre avuto il rammarico di non averci potuto lavorare ancora”. Infine, la consegna del riconoscimento sul palco della Sala Tripcovich, andato ad un grande maestro del cinema italiano, tuttora capace di sorprendere per la sua libertà.

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