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Città di provincia e metropoli caotiche, Velluto blu e Mulholland Drive, serie tv (Twin Peaks) e documentari biografici (interprete di David Lynch: The Art Live): David Lynch dal Montana, un onirico, angosciante, surreale e imprevedibile artista, non solo del cinema, ma anche della musica e della pittura.  L’ultimo, solo in ordine di tempo, degli Incontri Ravvicinati della Festa del Cinema di Roma, condotti dal direttore Antonio Monda, ha visto protagonista il regista di alcuni dei titoli più particolari della storia del cinema, che nell’incontro con il pubblico ha raccontato non solo il suo cinema da autore, ma anche quello da spettatore, mostrando un’ennesima parte del suo affascinante e complesso sé. 

Due opere d’arte e tre film, che hanno influenzato la sua vita e la sua carriera, il tessuto visivo “usato” per raccontarsi.  Inizialmente Lynch ha studiato arte per diventare pittore, ma non il cinema, di cui: “non ero per niente appassionato; la mia ispirazione d’arte è stata la città di Philadelphia, che amo per motivi sbagliati, perché è violenta, corrotta, folle. A parte questo, amo anche le sue architetture, le proporzioni strane, i mattoni coperti di fuliggine, i colori intensi”. 

Eppure Lynch ha una storia cinematografica che si connette anche all’Italia, due le grandi produzioni con Dino De Laurentiis: Dune (1984) e Velluto blu (1986). Di cui ha ricordato, riferendosi proprio al produttore: “Sapevo non avrei avuto io il final cut, sapevo non avrei avuto l’ultima parola per Dune, ma ho firmato lo stesso. Per Velluto blu l’ho preteso, l’ho ottenuto e Dino è stato di parola”. 

Sembra un uomo con un flusso di pensiero, o almeno con punti di contatto tra le sue idee. Ma con elegante ironia commenta il solo collegamento tra le sue opere per il cinema, dicendo che: “Strade perdute, Mulholland Drive e Inland Empire hanno una cosa in comune: Los Angeles”. E alla visione proprio di Mulholland Drive aggiunge cosa lo affascini della città degli angeli: “Sono stato la prima volta a L.A. nel ‘70, mi ricordo di essere arrivato la notte, e la mattina dopo vidi il sole, una luce che mi fece quasi svenire. Ne amo la luce e il perdersi a vista d’occhio, che non si vedano i confini, per me significa sogno e possibilità di libertà. E poi è la città della Golden Age del cinema”. Ha poi aggiunto, di Inland Empire (2006), e del digitale: “La celluloide è bellissima, ma il mezzo digitale si sta avvicinando sempre di più alla sensazione della pellicola: dopo aver girato puoi schiudere un mondo meraviglioso, facendo milioni di cose. Cosa che m’avvicina alla pittura, il digitale è manipolabile come la tela. Molti pensano che il digitale sia troppo plastico e poco organico, ma adesso ci sono possibilità che permettono una grande raffinatezza”. 

Inevitabile parlare di Twin Peaks e quindi della creazione per la tv, che Lynch definisce essere: “la stessa cosa. Certo sappiamo bene che un prodotto per la tv ha una qualità d’immagine e di suono un po’ inferiore, ma oggi si stanno facendo grandi miglioramenti”. Ma la pittura resta protagonista, quasi più importante del cinema per Lynch, così si racconta anche attraverso la "Figura seduta" (1961) di Francis Bacon, che ama moltissimo in quanto: “uno dei più grandi artisti in assoluto della pittura: amo la fenomenologia organica e la distorsione delle figure”. Le mostre d’arte di Lynch, da una decina d’anni, sono arrivate anche in Europa: “Le idee possono nascere da varie cose, mi piace dipingere le idee, avere azione e reazione tra idea e messa in scena sulla tela. Quando preparo una mostra non c’è una struttura, a volte c’è un legame tra le opere, però dopo un po’ che esploro una linea sono pronto a cercare la varietà. Cerco molto la terza dimensione nelle mie opere e considero Edward Kienholz uno dei massimi esponenti”.  

Lolita (1962) di Kubrick, Viale del tramonto (1950) di Billy Wilder, 8 ½ di Federico Fellini, le tre opere cinematografiche che Lynch ha usato qui per raccontarsi ancora più profondamente: “Credo che Lolita sia straordinario, per me privo di qualunque difetto; amo l’ossessione, gli umori, come si evolve la storia, è un capolavoro. Il film di Wilder è, invece, un film di desideri non realizzati. La storia di Gordon Cole, che ho omaggiato in Twin Peaks: credo Billy Wilder si sia ispirato al nome di due strade che s’incontrano nei pressi della Melrose Av. vicino agli Studios. Wilder era anche straordinario per il senso dei luoghi, qui la casa. Infine, Federico Fellini, uno dei più grandi maestri del cinema di sempre. M’ha ispirato di certo. Le sue opere sono opere d’arte: l’ho incontrato due volte, una con Silvana Mangano, Isabella Rossellini e Marcello Mastroianni, era una cena a base di funghi. Durante quella serata dissi a Marcello che ero appassionato di Fellini, così lui il giorno dopo mi mandò una macchina e potei passare un’intera giornata a Cinecittà con Federico. L’altra volta c’era Tonino Delli Colli, che mi disse che Fellini era in ospedale, e volli andare a trovarlo, qui a Roma; mi ricordo la stanza: c’era Federico seduto, c’era un giornalista italiano, Vincenzo (Mollica). Fellini mi raccontò quanto fosse rattristato dal cinema, perché vedeva l’entusiasmo del cinema trasferito alla tv e quindi aveva la sensazione che tutto stesse cambiando, la cosa lo intristiva. Era venerdì, la domenica Fellini entrò in coma, poi scomparve”.  ​

L'incontro si è concluso con la consegna del Premio alla Carriera da parte della Festa del Cinema 2017, dalle mani di Paolo Sorrentino, che gli ha reso omaggio con queste parole: "ha la capacità di sapere raccontare l'essere umano".

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