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TORINO – Due ragazzi, Amin e sua sorella Isokè, vivono in un villaggio dell’Africa sub-sahariana. Le loro giornate trascorrono in maniera povera ma serena, finché una banda di predoni assalta il villaggio, brucia la loro casa, uccide i genitori e i fratelli. Rimasti soli, i due non hanno altra scelta che fuggire, e seguendo il consiglio di un anziano, si dirigono semplicemente verso il Nord, attraverso il deserto, dove vengono soccorsi da una coppia di archeologi che li porta in Libia. Catturati da una milizia, dopo mesi di violenza, prigionia e lavoro da schiavi, riescono a salire su un barcone che leva l’ancora verso l’ignoto. E’ una delle tante storie che stanno dietro al dramma della migrazione, raccontata nel film di Pasquale Scimeca Balon, al Torino Film Festival (Festa Mobile) e in sala da febbraio. “Io sono siciliano - racconta il regista - e per anni ho visto arrivare barconi pieni di migranti. Ultimamente collaboro con una ONG di Palermo in cui ospitiamo tanti ragazzi che arrivano dall’Africa. Li ho conosciuti, abbiamo parlato a lungo e mi hanno raccontato le loro storie. Nei loro racconti, però, tutti tendono a parlare del dopo, dal momento in cui arrivano in Libia in poi, e così ho avuto la  curiosità di capire cosa c'è prima, cosa li ha spinti ad abbandonare i luoghi da cui provengono”. Così il regista è andato in Africa, in un villaggio della Sierra Leone nel distretto di Lunsar, per cercare di capire quello che sta succedendo, scoprendo un’Africa diversa da come se la immaginava: “La vita si svolge a stretto contatto con la natura e in simbiosi assoluta con essa. Non c’è niente, c’è scarsità di cibo, mancano luce, gas, medici e medicine. Detto questo, però, lì la gente vive, non me la sento di dire semplicisticamente meglio o peggio di noi, semplicemente abita il mondo in una condizione di estrema genuinità. La vita accade, naturalmente, almeno finché le grandi tragedie non arrivano a bloccarne il percorso. A quel punto, non avendo altra scelta, semplicemente fuggono, non avendo il più delle volte la minima idea di cosa li aspetta”. Nel momento in cui arrivano, poi, il dramma non finisce: si trovano di fronte ad enormi difficoltà quotidiane, ma anche alla diffidenza di chi si trova ad accoglierli e che il più delle volte, nel migliore dei casi, ha un atteggiamento che oscilla tra la paura e il senso di umanità. “Mi piacerebbe che chi guarda il film si interroghi sulla paura che proviamo verso gli immigrati: Perché abbiamo paura di loro? Di cosa abbiamo realmente paura? Avvicinandosi alle loro storie si vede che sono bambini come tutti gli altri, come tutti noi, e non si giustifica la nostra chiusura nei loro confronti”. 

Ad interpretare Balon due ragazzi del villaggio, David Koroma e Yabom Fatmata Kabia, scelti perché “sapevano parlare un po’ in inglese”, grazie alle scuole dei padri Giuseppini che operano in quella zona, racconta il regista che ha lavorato diverse volte con attori non professionisti e con ragazzi di strada, ma in questo caso si è trovato di fronte ad una genuinità esistenziale: i bambini, così come tutti gli abitanti del villaggio, non sapevano neanche cosa fosse un film, non ne avevano mai visto uno. “L’arte si nutre della realtà, ma poi deve ritornare alla realtà per cambiare qualcosa: ecco perché gli utili del film, che uscirà a febbraio, torneranno  al villaggio per cercare di fare qualcosa per loro, per cercare di migliorare le loro condizioni quotidiane”.

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