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Icona omosessuale, santo laico e martire della condizione gay, personalità autodistruttiva e immensa. C’è qualcosa di più di una mera passione intellettuale nel legame tra Rupert Everett e Oscar Wilde, lo scrittore irlandese (1854-1900) a cui ha dedicato il suo primo film da regista, The Happy Prince L'ultimo ritratto di Oscar Wilde, calandosi anche nei panni di quest’uomo tormentato. In cui forse riconosce anche alcuni aspetti dell'ostracismo a cui Hollywood l'ha condannato dopo che ha dichiarato apertamente la sua omosessualità. "Ancora oggi - dice l'attore-regista che a Cinecittà sta girando la serie tv tratta da Il nome della rosa - gli omosessuali vengono perseguitati in Russia, Cina e India e anche in Italia e Gran Bretagna la loro situazione non è affatto buona. In Italia c'è l'atteggiamento omofobo della Lega e, dopo 17 anni, Genova non sostiene più il gay pride. C'è insomma una rinnovata fobia contro gli omosessuali e rispetto a queste cose bisogna essere vigilanti e attivi".

Everett, che vede nella vicenda di Wilde una grande storia "tragica e romantica", ci racconta lo scrittore negli ultimi anni della sua vita, tra Parigi e Posillipo, senza più un penny in tasca, nei più luridi bassifondi, in locali equivoci e pensioncine da quattro soldi, con amanti presi dalla strada, spesso poco più che adolescenti, e pochi fedeli amici, mentre quella società borghese che l’aveva idolatrato e applaudito per tanti anni lo schifa dopo il processo per sodomia e la condanna a due anni di lavori forzati. Un film difficile da mettere in piedi, con una lunga storia produttiva – nove anni di ricerche di finanziamenti, poi trovati anche grazie allo spettacolo teatrale messo in scena – per questo film che, dopo l'anteprima al Sundance, è stato visto a Berlinale Special. Nel pacchetto anche anche una coproduzione italiana, con la Palomar, che lo porterà in sala con la Vision Distribution dal 12 aprile, mentre Sony Pictures Classics ha acquistato i diritti per i territori americani.

Everett, che cita tra i suoi modelli Luchino Visconti e in particolare Morte a Venezia, ha scelto una regia sofferta e cupa che ci restituisce l’immagine terminale di Wilde. Una lunga scena è dedicata proprio alla sua agonia – morì per le conseguenze di un’otite forse provocata dalla sifilide - volendo sottolineare il suo essere un vero e proprio martire: “Lui è l’iniziatore del movimento gay. Prima di lui di omosessualità neanche si parlava. Il movimento LGBT gli deve moltissimo. Ci dà forza, almeno la dà a me, vedere cosa ha dovuto soffrire e come erano le cose prima e come sono adesso”. Fondamentale nella costruzione della vicenda la fiaba The Happy Prince, che dà anche il titolo al film e che la madre leggeva all’attore quando aveva 6/7 anni: “Fu il mio primo incontro con Wilde, ricordo ancora persino come era vestita mia mamma, che indossava un abitino aderente alla Jackie”. Ma un altro testo è ossatura della trama, il De Profundis, lettera d’amore e di morte scritta all’amato Lord Douglas, detto Bosie dal carcere.

Il film si concentra su alcuni episodi, dal tentativo di riconciliazione con l’affezionata moglie Constance (Emily Watson), al ritorno di fiamma con il giovanissimo e superficiale Lord Douglas (Colin Morgan), vera potenza autodistruttiva, con cui trascorre un periodo burrascoso in una villa di Posillipo (e non mancano le scene con i femminielli napoletani). E ancora l’avvicinamento al cattolicesimo, centrale nella visione che Everett ha di Wilde: “Era affascinato dalla figura di Cristo e si considerava lui stesso simile a Gesù proprio per il tema del sacrificio di se stesso, in un certo senso era stato crocifisso ed era risorto. Ma il suo tentativo di conversione, fatto quando uscì di prigione, era stato respinto dalla Chiesa”.  

Nel cast anche Colin Firth, fondamentale anche nel ruolo di coproduttore del film, nel ruolo del giornalista e scrittore Reggie Turner, grande amico di Wilde a cui rimane vicino fino alla fine. 

Leggi anche la nostra intervista al regista

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