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LOCARNO - "L'emozione più grande per essere in concorso a Locarno? Beh, sicuramente il fatto di partecipare allo stesso concorso che negli anni '40 premiò il mio regista preferito, Roberto Rossellini, per uno dei suoi film più belli e più difficili, Germania anno zero. Rossellini è stato fondamentale per la mia formazione come regista, almeno quanto lo è stato Tarkovskij con il suo L'infanzia di Ivan".

Ha le idee molto chiare sul cinema Alberto Fasulo, in Concorso a Locarno con il suo quarto film, Menocchio (il suo terzo lavoro, Genitori era già passato fuori concorso a Locarno 2015, mentre il precedente, Tir, ha conosciuto l'onore del primo premio al Festival del cinema di Roma quando era ancora competitivo). Menocchio era un mugnaio, accusato di eresia negli anni bui della Controriforma. "Menocchio era un uomo libero, aveva una sua visione del mondo molto precisa. Diceva che non aveva senso che la Chiesa si dividesse tra luterani e fedeli al papato, perché Dio era nel nostro prossimo e in tutte le cose che ogni giorni incontravamo. E, soprattutto, sosteneva che il Papa e i vescovi potevano sbagliare, essendo uomini come tutti gli altri. Ecco, credo che soprattutto questa sua affermazione gli sia stata fatale. Il potere ecclesiastico aveva timore di tutto quello che poteva minare la sua credibilità e non esitava a reprimere con estrema durezza tutti coloro che non si assoggettavano al pensiero unico che circolava".

In questo senso Menocchio - che uscirà l'8 novembre con Nefertiti - è un film ambientato nel Cinquecento ma capace di parlare anche dell'oggi: l'intolleranza, l'esercizio del potere come terrore. "Certo, il mio film può essere anche interpretato in questo modo. Ognuno può farsi la sua idea. Penso che oggi il Pontefice dica cose non dissimili da quello che diceva questo oscuro mugnaio di tanti secoli fa. Allora erano eresie, oggi queste frasi non ha problemi a pronunciarle la più importante autorità ecclesiale. Per fortuna i tempi cambiano: a volte in peggio, a volte in meglio".

Menocchio è anche e soprattutto un film di facce: non ci sono molti dialoghi, ma ci sono volti ed espressioni che da sole valgono di più di mille parole. Lo conferma anche Fasulo: "Il casting è stata la vera preparazione del film, per selezionare quei volti ho passato in rassegna più di tremila persone. Ho fatto quello che in America è chiamato lo street-casting, e sono orgoglioso di averlo fatto perché il risultato è stato davvero eccellente. Abbiamo girato tanto prima di trovare il protagonista, poi finalmente è comparso Marcello Martini, lo abbiamo trovato proprio nella valle che ha dato i natali a Menocchio. Senza di lui non credo che sarei riuscito a realizzare questo film. La sua faccia, il suo modo di essere, ecco, per me quel mugnaio del Cinquecento era lui. Mi sembrava che ne rappresentasse bene anche le caratteristiche interiori, restituendoci l’essere umano, che è quello che volevo raccontare. Menocchio infatti è soprattutto un uomo libero, che è attraversato da dubbi e da debolezze. Non è un eroe, è un individuo che pensa con la sua testa e che pagherà caro questo anelito di libertà”

Una storia vera quella di questo mugnaio friulano, processato e giustiziato per eresia, della quale si era incidentalmente occupato anche Carlo Ginzburg in una sua lontana pubblicazione, Il formaggio e i vermi : "È una storia che mi ha sempre interessato – ma che sono riuscito a portare sullo schermo solo adesso - proprio perché è un episodio del passato che può parlare anche del nostro presente. Noi dobbiamo sempre sapere da dove veniamo, per capire dove andremo. Per questo, dopo le storie contemporanee raccontate nei miei film precedenti, ho voluto cimentarmi con una storia di ieri che parla anche di come siamo oggi". 

 

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