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Beautiful Boy di Felix Van Groeningen, in selezione ufficiale alla Festa di Roma e in sala dal 13 giugno con 01, segna il ritorno di Timothée Chalamet, il bravissimo protagonista di Chiamami col tuo nome, in un ruolo completamente diverso ma ugualmente intenso. Il giovane attore qui è Nic, figlio 18enne di un giornalista freelance, padre affettuoso e pieno di attenzioni (Steve Carrell). L'uomo scopre che il ragazzo fa uso di droghe, passando da una all'altra ma soprattutto andando pazzo per il crystal meth, una metanfetamina particolarmente devastante perché distrugge intere aree del cervello e prende completamente possesso della psicologia e del comportamento di chi ne fa uso, richiedendo dosi sempre più massicce. Il film è la fedele trasposizione di due libri autobiografici: la versione del padre David Sheff e quella del figlio Nic Sheff, uscito da tunnel dopo diversi tentativi falliti di rehab e ricoveri in ospedale in condizioni disperate.

Beautiful Boy colpisce proprio per il sincero realismo e la calda umanità con cui racconta una vicenda di fallimento e resa di un genitore. Nic ha probabilmente sofferto per la separazione dei suoi (il padre ha una seconda moglie e due figli piccoli) ma è comunque un ragazzo amato e molto dotato, che disegna e scrive benissimo e non ha avuto difficoltà ad essere ammesso al college. Eppure sembra corroso da un demone interiore, un enorme buco nero che riesce a riempire, provvisoriamente, solo con qualche sostanza: fumo, eroina, cocaina, pasticche di ogni tipo, il tutto condito da versi di Bukowski e dalla musica metal. Il padre vuole salvare il figlio a tutti i costi e arriva anche a provare la meth su di sé per capire cosa prova il rampollo, ma tutto è vano come gli insegneranno in un gruppo di auto-aiuto per genitori e parenti di tossicodipendenti a cui approderà: "le tre 'c', non hai colpa, non hai controllo, non c'è cura".

Il film segna l'esordio in una produzione in lingua inglese per il regista belga Felix Van Groeningen, già autore dell'apprezzato Alabama Monroe. E l'autore chiude la pellicola con un agghiacciante cartello in cui si spiega che la droga è la prima causa di morte per gli americani al di sotto dei 50 anni.  

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