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Ha molto in comune con Gran Torino, a partire dal culto di un autoveicolo, in questo caso un furgone Ford. Il corriere The Mule segna un (graditissimo) ritorno di Clint Eastwood nella doppia veste di regista e interprete, con una storia vera ma cucita addosso a lui, al suo carisma indiscutibile, al suo sguardo ancora magnetico a 88 anni suonati, al corpo che riempie lo schermo: pelle diafana, spalle leggermente curve, Clint non esita a mettere in scena una senescenza orgogliosa ma anche carica di rimpianti e capace di (auto)ironia. A quasi 90 anni il coraggio è una categoria filosofica, consapevolezza di sé, fermezza, onestà intellettuale, anche di fronte alla violenza del cartello messicano della droga e alle minacce di morte: "Sono sopravvissuto alla guerra in Corea, non mi fate paura".

Anche qui, come in Gran Torino, c'è un reduce, Earl Stone, ritagliato su una storia vera, quella di Leo Sharp, veterano della seconda guerra mondiale arrestato a novant'anni per traffico di droga. Il caso di cronaca, letto su 'New York Times', ha solleticato l'immaginazione di Nick Schenk, lo sceneggiatore di Gran Torino. Ed ecco un nuovo personaggio nella personale galleria di Dirty Harry: un vecchio coltivatore di fiori rari (ama le belle-di-giorno proprio perché effimere), che ha passato la vita in giro per gli States: ne ha attraversati 41 su 50 sul suo pick-up senza mai prendere una multa. Spiritoso e galante con gli estranei e le estranee, ha trascurato così tanto moglie e figlia che quest'ultima - interpretata non a caso da sua figlia Alison Eastwood - neppure gli rivolge più la parola, solo con la nipote Ginny (Taissa Farmiga) è rimasto un filo. Ma gli affari vanno male, internet ormai imperversa, la gente è ossessionata dai telefonini, insomma Earl non se la passa bene. Così coglie al volo l'occasione di usare il vecchio furgonato per trasportare dei carichi segreti, che si riveleranno pacchi di cocaina. Un anziano che guida prudente e si gode la vita, fermandosi nei motel o da qualche vecchio amico, non dà nell'occhio e neppure gli agenti della DEA, con a capo un investigatore agguerrito (Bradley Cooper) lo sospettano. E' un perfetto "mulo" e il boss messicano (Andy Garcia) lo coccola, mentre Earl con i facili e sempre più robusti guadagni cerca di rimettere in sesto la sua vita privata disastrosa.. 

Gangster story sui generis, come Old Man & the Gun, film in qualche modo gemello che segna l'addio alle scene di un altro mito di Hollywood come Robert Redford, The Mule ha una libertà narrativa ammirevole. Clint si permette molte digressioni, proprio come fa il suo personaggio on the road, è abbastanza vecchio da poter fare e dire quello che vuole, dispensa consigli, dà risposte nette, si fa due chiacchiere con il poliziotto che lo insegue (senza saperlo) davanti a un caffè, non trema più di tanto neppure di fronte a una pistola puntata. Non ha molto da perdere, eppure ha tutto da perdere se non ricuce le ferite inferte alle sue donne dalla negligenza di padre e marito assente (la moglie è Dianne Wiest). Con 38 film al suo attivo e un 39° già al montaggio (Impossible Odds), Eastwood ha tratteggiato un ritratto dell'America dagli anni '70 in avanti, a partire da Brivido nella notte del 1971 e continua a farlo anche adesso che veleggia per i 90 anni. Sempre più libero di essere se stesso. Anche nel suo razzismo dichiarato, ma sempre controbilanciato da un tocco di ironia, come nell'incontro con le motocicliste lesbiche o nella scena in cui la polizia ferma un sospetto di origini latine che annuncia: "Questo è il quarto d'ora più pericoloso della mia vita".

Ma The Mule è sopra ogni altra cosa un film personale, quasi intimo, un mettersi a nudo, anche nella descrizioni di una sessualità matura, dove è meglio spegnere la luce. O nella resa dei conti piena di dolcezza con la moglie che sta per morire: "Per quel che può valere, mi dispiace per tutto". 

Il corriere - The Mule esce il 7 febbraio con Warner Bros, 

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