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BERLINO – È un viaggio nel processo di modernizzazione dell'Etiopia- regno del contrasto tra vecchio e nuovo, moderno e tradizioni, urbano e rurale - il documentario della regista italo americana Mo Scarpelli, Anbessa, a Berlino nella sezione Generation Kplus. “Ho iniziato a viaggiare in Africa dieci anni fa, lavorando su vari progetti - racconta la regista che ha anche coprodotto il film - Dell’Etiopia, storicamente resistente alle influenze esterne, mi ha incuriosita soprattutto l’impatto culturale del rapido processo di modernizzazione che la nazione sta subendo negli ultimi anni. Ho voluto vedere cosa stava succedendo nelle aree a veloce espansione urbana, come il grande complesso condominiale che si trova nella periferia di Addis Abeba, dove ho incontrato un ragazzo che mi ha colpita per la sua grande capacità narrativa e profonda sensibilità, e che a suo modo proprio con questo progresso si stava confrontando”.

Protagonista del documentario è Asalif, un bambino di dieci anni che vive insieme alla madre in un capanno che si trova tra un grande complesso condominiale incompiuto e ciò che per molto tempo è stato un terreno agricolo. Asalif e sua madre sono stati sfollati per la prima volta da questo nuovo condominio un anno fa, e ora vivono nella costante incertezza di essere nuovamente trasferiti, timorosi nei confronti dei vicini che potrebbero denunciarli o di chi potrebbe arrivare a scacciali con la forza. La madre è molto legata alle tradizioni mentre Asalif, come tutti i ragazzi, è attratto anche dalla modernità, dai giochi sul telefono o dalla televisione. Nel corso del film viene mostrata un’escalation di tensione politica pubblica che va di pari passo con il conflitto tra bene e male che Asalif si trova a dover affrontare nella sua vita quotidiana. Qualcosa che richiede una buona dose di coraggio che il ragazzo canalizza nel personaggio riverito dalla cultura tradizionale del suo Paese, il leone (anbessa nella lingua locale) principale simbolo di forza e impavidità che si oppone alla iena, simbolo della follia e dell’avidità ma anche di tutte le cose che fanno paura.

“Nel titolo del film non ho volutamente tradotto ‘anbessa’ con ‘leone’, perché il termine è qualcosa di profondamente legato alla cultura locale, al concetto di forza, gentilezza e leadership. Se un ragazzo fa qualcosa di buono, prende un buon voto a scuola o si comporta bene in famiglia, si dice ambessa, che è la metafora dell’essere forti e giusti nell’affrontare il mondo. Di fronte alle difficoltà possiamo crollare e farci mettere all’angolo o trasformarci in un leone, come fa Asalif che, vestendosi infine da leone, trova la forza che è in lui per affrontare nel modo giusto il cambiamento e le violenze che stanno usurpando la sua comunità, il suo Paese e la sua famiglia”. 

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