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BERLINO - Dopo essere scomparso per una settimana, il figlio di Astrid (Maren Egger) torna a casa senza dire una parola. Sia sua madre che i suoi insegnanti sospettano che la sua scomparsa abbia a che fare con la recente perdita di suo padre. Il ragazzo sembra aver vissuto un'esperienza di vita selvaggia nei boschi, ma piano piano tutto sembra tornare alla normalità. Non per Astrid, però, che deve porsi domande che la mettono di fronte a una nuova prospettiva sulla sua esistenza di donna borghese operante nel settore culturale berlinese. Le sue idee cambiano, il ruolo di madre single le sta stretto, suo figlio viene ricoverato per un avvelenamento nel sangue e la crisi di nervi per Astrid si avvicina inesorabilmente.

Non è tanto il plot, quanto lo stile a caratterizzare il primo film in concorso di oggi, Ich war zuhause, aber della tedesca Angela Schanelec, che gioca in casa prendendosi anche qualche applause dopo la proiezione stampa. La camera rimane sempre fissa e a una certa distanza, per ritrarre senza interferenze il percorso di ricostruzione del rapporto di madre e figli. Le scene si intervallano con quelle di alcuni ragazzi che recitano 'L'Amleto' di Shakespeare in una rappresentazione scolastica, e altre storyline che si dipanano dal ramo principale come il difficoltoso acquisto di una bicicletta o la caccia di un coniglio da parte di un cane mentre un asino resta a guardare impassibile.

La regista appare in conferenza piuttosto nervosa e preoccupata di non essere capita, soprattutto su questioni come il modo 'naturalista' in cui decide di risolvere certi passaggi: "Non mi piacciono le domande del tipo 'come fa a essere sicura che un attore faccia esattamente quello che farebbe nella vita reale' - dice - anche perché poi le critiche non si basano mai sulla vita reale, ma su altri film", dice. Poi si chiarisce con chi le ha posto la domanda  e si scusa: "Forse ho reagito male e non ho capito bene la sua domanda. Diciamo che non sempre bisogna aspettarsi cose straordinarie. E' possibile semplicemente andare in piscina e riprendere i bambini in piscina osservando quello che fanno. Non ho veramente indizi sull'equilibrio che ci deve essere tra naturalismo e antinaturalismo, riprendo solo quello che vorrei vedere, così come nel caso del cane che mangia il coniglio. E' molto più semplice di quello che sembra. Non si tratta di un film teoretico e non sempre ci sono dietro metafore. Se voglio riprendere un'insegnante che parla ai bambini magari si tratta solo di un'insegnante che parla ai bambini, anche se chiaramente volevo che il film parlasse alle persone e che ciascuno ne traesse qualcosa".

Poi coninua, specificamente sullo stile: "Non è tanto la cinepresa ad essere statica, tutto è statico. Non mi avvicino troppo ai personaggi per 'gentilezza'. Non avevo molta scelta, loro devono risolvere i loro conflitti ed essi non mi appartengono, anche se ho contribuito a crearli. Uso la musica solo in momenti veramente speciali e per sottolineare che dopotutto si tratta ancora di un film. Quando all'humour, io penso che ci sia. Anche se il regista potrebbe pensare che qualcosa è divertente quando magari invece per il pubblico non lo è. Ho studiato molto Bresson ma se ci sono influenze del suo stile sul mio sono del tutto involontarie, mentre per il titolo mi sono ispirata a Yasujirō Ozu, che usava costantemente quel 'ma' (aber) di sospensione".

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