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BERLINO – Considerano il male i centri commerciali, ma giocano coi videogiochi e si reclutano tramite facebook. Fanno progetti per il futuro con le proprie fidanzate e al contempo sono pronti a morire per la loro religione. Sono i giovani, contraddittori jihadisti descritti da André Téchiné in L’Adieu à la nuit, fuori concorso a Berlino, con Catherine Deneuve e Kacey Mottet Klein (che già aveva lavorato con l’autore in Quand on a 17 ans, passato proprio alla Berlinale qualche anno fa).

Deneuve è Muriel, una donna solare e amante della natura, che gestisce una fattoria e ha cresciuto suo nipote (Klein) orfano, ora fidanzato con una giovane musulmana. La vita di Muriel viene sconvolta dalla scoperta che i ragazzi militano in un gruppo di estremisti e sono intenzionati a partire per la Siria. E’ un film forte con un messaggio e una simbologia semplice – basti pensare all’eclissi che apre il film, facilmente accostabile a un’eclissi della ragione – che soprattutto sofferma l’attenzione su quanto il pericolo possa venire dall’interno ribadendo nel modo più assoluto che immigrazione e terrorismo non vanno necessariamente a braccetto.

“Chiaramente ho dovuto pormi molte questioni – spiega il regista – e ho affrontato la tematica non solo attraverso la documentazione poliziesca e giudiziaria, ma come un reportage che si concentrasse soprattutto sulle parole dei giovani islamici radicalizzati. In questo modo lo spettatore può tirare le sue conclusioni, sono parole crude che bruciano di sacrificio. Il sacrificio della vita per una vita considerata migliore, in una dimensione totalmente spirituale dove la religione ingloba completamente ogni altra cosa, compresa la politica. Questa nuova ondata è iniziata certamente attorno al 2005 con l’arrivo di Internet e di facebook in particolare, i giovani hanno iniziato a vivere un’esistenza estremamente individualizzante e questo ha segnato in qualche modo un inizio. Ci sono delle regole e bisogna conformarsi, e queste sono le basi dello jihadismo contemporaneo. Gioco molto con questo nel film, da un lato la vita e la celebrazione di essa, dall’altro il suo totale sacrificio. Volevo che il personaggio di Catherine dovesse battersi, e che portasse tutti a domandarsi cosa avremmo fatto noi in situazioni analoghe, cosa si può fare per una persona che ha scelto quella strada”.

“E’ un personaggio che non giudica – dice Deneuve – ma piuttosto cerca di ascoltare e capire. Muriel è anche una donna capace di rabbia quando scopre la bugia del nipote anche se poi prevale in lei il lato materno, perché alla fine Alex non ha madre nè padre". 

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