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BUSTO ARSIZIO - Il week end del Busto Arsizio Film Festival (edizione numero 17) è stato contrassegnato da proposte molto eccentriche che hanno tutte ricevuto un grande successo di pubblico. Il festival è stato aperto da Luc Merenda, indimenticabile duro dei film d'azione degli anni '70, anche se lui stesso ha esordito precisando subito: “Non ero propriamente un duro, non ho mai interpretato due personaggi uguali in tutti quegli anni, sono stato poliziotto, assassino, funzionario corrotto o commissario integerrimo proprio perché non mi andava di essere cristallizzato in un ruolo. Ero un uomo vero, e credo di esserlo anche adesso: infatti Trump mi sta profondamente sulle scatole, visto che si comporta da nemico dell'ambiente...”.

Il suo accento francese e una forma fisica davvero smagliante lo hanno visto protagonista di innumerevoli selfie, fino a quando ha lasciato il posto al secondo ospite, Enrico Vanzina. Con Vanzina si è assistito a un racconto completamente diverso. Lo sceneggiatore è partito dai suoi gusti di cinema (“Mi piace Lubitsch, adoro Wilder, stravedo per Hitchcock”) e poi ha raccontato le storie con cui è nata la sua passione: “Mio padre Steno dirigeva il primo e unico incrocio tra Totò e Alberto Sordi, il film era Totò e i re di Roma. A un certo punto si accorge che l'attore napoletano si alza in piedi mentre c'è un monologo di Sordi, gli va alle spalle e incomincia a simulare degli sputi sulla testa di Sordi. Tutto questo nel copione non c'era, ma mio padre mi spiegò che era la prova evidente che Totò riconosceva a Sordi – e solo a lui – un talento naturale straordinario”. Ha parlato tanto anche del fratello (“quando Steno girava Mio figlio Nerone, lui rifiutò l'abbraccio di De Sica e volle invece un bacio da Brigitte Bardot. Va precisato che all'epoca aveva sei anni...”) e degli attori con i quali ha lavorato (“Straordinario Abatantuono, quando io scrissi Eccezzziunale veramente pensavo a cinque attori per cinque personaggi ma capii subito che poteva farli lui tutti quanti”). E la platea gremita del Teatro Sociale ha ascoltato con grande interesse e un silenzio rotto solo dagli applausi. Nel corso della serata sono stato premiati anche la rivista 'Bianco e Nero' e il canale televisivo Rai Movie (quest'ultimo con il Premio Bersani, istituito dal Sngci, il sindacato giornalisti cinematografici).

Si è cambiato completamente argomento nella giornata di domenica, perché l'evento principale è stato il ricordo di Max Croci. Il regista di Poli opposti e di La verità vi prego sull'amore, scomparso prematuramente nell'autunno scorso, ha lasciato un grande vuoto non solo nella sua città natale che è per l'appunto Busto Arsizio. Lo prova il grande coinvolgimento di persone che in questi anni hanno lavorato con lui nel cinema, in televisione e nella pubblicità. I suoi esordi nel cortometraggio sono stati ricordati da Alessandra Faiella (“mi voleva come una vamp ironica, l'ironia era il tratto principale di Max”) e da Platinette (“a me ha offerto un doppio ruolo, ero un gangster spietato – e cioè ho avuto per l'unica volta in vita mia un ruolo maschile – e poi ero Platinette-tanto-cul-e-tante-tett, cioè un personaggio da avanspettacolo del dopoguerra). Gli anni della televisione sono stati invece narrati dai tanti dirigenti di Sky presenti, in particolare da Nils Hartman che dirige il cinema dell'emittente satellitare (“affidare a Croci un programma, ma soprattutto una sigla, significava essere sicuri del grande successo e del rispetto dei tempi”) e da Gianni Canova (“mi ha convinto a interpretare me stesso in un film sul codice Hays, non mi sono mai divertito tanto”): E poi il cinema con Carolina Crescentini (“avevamo ancora tanti progetti, è uno dei registi con i quali ho lavorato meglio) e la pubblicità con Paolo Kessisoglu (“una web serie completamente folle, uno dei lavori migliori ai quali abbia partecipato”). Noemi e Anna Foglietta infine sono state premiate rispettivamente per Domani è un altro giorno e per Un giorno all'improvviso, in un festival che si caratterizza per un pubblico eterogeneo e partecipe e per un'apertura pop che non mette però da parte approfondimento e dialogo con i giovani.

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