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E’ dedicato al regista Giorgio Capitani, scomparso due anni fa, di cui scorrono, dopo i titoli di coda, le ultime suggestive immagini di lui che, dopo aver dato la carica a una vecchia e rumorosa cinepresa super 8, guarda con sorriso ironico in macchina. Goodbye Ringo di Pere Marzo, documentario sull'epoca dorata degli spaghetti western girati in Spagna ed evento di chiusura del Festival del cinema spagnolo di Roma, viene presentato mercoledì 8 maggio, ore 21.30, al cinema Farnese. A seguire l’incontro moderato da Marco Giusti con l’autore del film e i registi Enzo G. Castellari e Romolo Guerrieri.   

Premiato a Sitges 2018 come Miglior Documentario, Goodbye Ringo- prodotto da Exit Media con la produzione associata di Istituto Luce Cinecittà - si avvale della voce narrante del regista Enzo G. Castellari - pseudonimo di Enzo Girolami, autore anche lui di spaghetti western, ma anche di poliziotteschi e di altri film di genere , dei materiali dell’Archivio storico Luce e di numerose testimonianze di personaggi che hanno vissuto in prima persona l'evoluzione e l'esplosione del genere.

E’ il racconto di un'epoca gloriosa per quel cinema italiano di genere, che ha fatto della Spagna la propria location d'eccezione. Tutto comincia nel 1964 quando Pistoleros de Arizona- 5000 dollari sull’asso venne girato a Esplugas City, un villaggio del vecchio West costruito a 10 chilometri da Barcellona dai fratelli Balcázar. Il primo di una serie di spaghetti western realizzati, in coproduzione Italia e Spagna, utilizzando un set ricco di facciate di numerosi edifici ma anche di interni di saloon, banca, chiesa della parte messicana.

In quello scenario polveroso e assolato, trovarono la loro ideale collocazione dal 1964 al 1972 più di 60 titoli western Tanti i registi italiani che scelsero quella location da Tinto Brass (Yankee, 1966) a Duccio Tessari (Il ritorno di Ringo, 1965), a Giorgio Capitani che, come George Holloway, vi girò il suo primo western Ognuno per sè - Los profesionales del oro (1968), “un western psicologico, che in Italia non venne distribuito”. Il produttore Maurizio Amati spiega come all’epoca fosse estremamente conveniente girare in Spagna dati i costi bassi, un terzo di quelli italiani, di alberghi e troupe per un prodotto finale che aveva un mercato internazionale vastissimo.

Romolo Guerrieri, pseudonimo di Romolo Girolami, vi girò 7 magnifiche pistole (1966), “un western con il sorriso”, e poi Johnny Yuma, imbattendosi con la poca calorosa accoglienza da parte del quotidiano 'l’Unità' di cui Guerrieri legge una velenosa stroncatura. Due le testimonianze spagnole, quella del direttore della fotografia Paco Marín che ricorda su quel set, tanto sfruttato dalle coproduzioni, il suo apprendistato fatto di spostamenti di pesanti cineprese e del caricamento della pellicola. Alberto Gadea, stuntman all’epoca e oggi alla guida di una scuola di cascatori, ricorda invece come la fine di Esplugas City segnò in modo indelebile la vita di una comunità che viveva del lavoro di questi studios. Un periodo felice che il quartiere e la comunità della zona ancora oggi ricorda con una festa.

Terminata l’epoca d’oro degli spaghetti western, il regime fascista del generalissimo Franco ritenne infatti che la presenza di Esplugas City, ormai caduta in disuso, offrisse al turismo un’immagine degradata della Spagna. I fratelli Balcázar decisero così di radere al suolo l’intera struttura con cariche di esplosivo e la distruzione programmata con il relativo incendio venne ripresa da tre cineprese. Immagini che vennero utilizzate nella sequenza finale dell’ultimo film realizzato a Esplugas City, I bandoleros della dodicesima ora (1972). Andò così in fumo il progetto, nonostante i permessi avuti, di trasformare quel villaggio in un parco a tema.

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