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CANNES – “Questo film rispecchia la realtà della mia vita al 40%, molte cose che vi succedono non mi sono capitate, ma potrei averle vissute. A un livello più profondo, invece, Dolor y Gloria mi rappresenta al 100%“. Poche ore prima della presentazione in concorso al Festival di Cannes e dell’uscita nelle sale italiane (venerdì 17 con Warner Bros), ma già confortato dalla buona accoglienza di pubblico e critica in patria, Pedro Almodòvar parla con amore del suo nuovo film. Una summa della sua poetica e dei suoi temi – la scoperta del desiderio in giovanissima età, il rapporto con la madre, il bisogno vitale di fare cinema, i dolori fisici ed emotivi, i suoi grandi amori. Un film che ha affidato, anima e corpo, ad Antonio Banderas, suo alter ego sullo schermo nei panni del regista in crisi creativa Salvador Mallo. Ma anche a Penélope Cruz, Julieta Serrano (la mamma in due fasi della vita), Leonardo Sbaraglia.

L’attore, che per la prima volta lavorò con Almodòvar nel 1982 (in Labirinto di passioni), dopo otto set condivisi e oltre trent’anni di amicizia, è stato chiamato a incarnarlo nel suo film più personale. “Quando Pedro mi ha voluto per La pelle che abito erano passati 22 anni dalla nostra ultima collaborazione. Mi presentai a lui molto fiero del mio bagaglio di esperienze e di medaglie raccolte negli anni, ma lui mi gelò: ‘È tutta merda, non mi interessa, voglio il vero te’, mi disse. Stavolta, sul set di Dolor y Gloria, non ho fatto lo stesso errore, mi sono presentato con umiltà e una forte attitudine all’ascolto. Pedro voleva che fossi senza difese, a nudo. È stato come ricominciare da zero. Ho usato anche il mio stesso dolore nel film, anche l’infarto che ho avuto due anni fa. Pedro mi ha detto: ‘Da quando lo hai avuto c'è qualcosa in te che non so come descrivere, lasciati andare a quel sentimento'”.

Dolor y gloria è una sorta di reinvenzione della vita e del passato di Almodòvar – “una riconciliazione con la madre, con i suoi attori,  con i suoi amori, col cinema”, suggerisce Banderas. Per comporla, il cineasta ha immerso il suo protagonista negli oggetti e negli ambienti del suo quotidiano: “La casa del film è una copia esatta della mia e sono miei anche i quadri e i mobili. Antonio ha una conoscenza di prima mano della mia vita, era il mio Mastroianni più legittimo", ha sottolineato il regista riferendosi a 8 e ½. In questo caso gli ho chiesto una recitazione opposta a quella a cui eravamo abituati nelle nostre precedenti collaborazioni, volevo il registro contrario. Ha fatto gesti che non gli avevo mai visto fare. Penso che questo sia uno dei suoi lavori migliori".

Dolore e gloria, sofferenze e successi, ma anche paure. "Ciò che mi spaventa di più -  confessa Almodòvar – è la mancanza di ispirazione e l’incapacità fisica. Convivo da sempre con questi fantasmi. Nel film Salvador Mallo attraversa un brutto periodo e si butta sull’eroina, ma la sua vera dipendenza è quella dal cinema". Che per lui significa il grande schermo. "Questo film è anche una dichiarazione d’amore al cinema e alle sale", a dispetto dei tanti cambiamenti degli ultimi anni nei modi di fruizione.

Ma anche la creatività di Almodòvar si muove oggi in un territorio diverso da quello degli esordi. "Se avessi iniziato ora, non so se avrei fatto film così liberi. Sicuramente ci avrei provato, ma avrei avuto più difficoltà. Oggi c’è una sensibilità cattolica reazionaria che allora non c’era". Infine lui, che è diventato l’artista simbolo del cinema spagnolo contemporaneo, torna sulle sue scelte e, soprattutto sui suoi rifiuti: "Non ho fatto nessuno sforzo per rifiutare le proposte di Hollywood, non sarei stato capace di lavorare in quel contesto senza la libertà di cui ho bisogno. L’unico progetto che rimpiango un po’ è I segreti di Brokeback Mountain: mi sarebbe piaciuto raccontare quella storia, ma il romanzo da cui era tratta era molto fisico, i due protagonisti si accoppiavano come animali. Per Hollywood sarebbe stato inaccettabile".

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