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CANNES -  E’ un mondo surreale e militarizzato quello che presenta in Concorso il palestinese Elia Suleiman in It Must Be Heaven, film in cui appare sullo schermo nei panni di se stesso, regista che fugge dalla Palestina alla ricerca di una nuova casa, ma che vede ovunque, prima a Parigi e poi a New York, la sua terra natale. “Un film sulla ‘palestinizzazione’ del mondo”, lo definisce il regista che mette in scena situazioni ordinarie di vita quotidiana in cui i protagonisti si muovono in una successione comica di microstorie teatrali e surreali, coreografate come in una danza, in cui ad essere protagonista è il marginale e l’inconcludente, che diventa, però, qui inaspettatamente politico. Ovunque vada, Elia Suleiman evidenzia le differenze culturali cui assiste con divertita malizia e surreale poesia, non pronunciando quasi mai parola. Il suo sguardo sbigottito e malinconico si posa su una serie di gag teatrali e farsesche riuscendo a guardare al di là delle apparenze formali, e rivelando, così, un mondo ben diverso da quello che vuole sembrare.

Il film parte con una mistica processione a Nazareth, l’unica scena in cui il regista non appare nei panni del silenzioso osservatore. Tutti in fila verso una porta santa con tanto di Croce sulle spalle, quando il sacerdote invita a aprirla, dall'altra parte c'è il rifiuto per futili motivi, che finisce con una scazzottata finale che spezza definitivamente il senso del sacro alla scena, tramutandola in ironia. A Parigi non va meglio a Suleiman, che siede in un bar e assistere al passaggio al passaggio continuo e vacuo di bellissime modelle ostinatamente concentrate davanti a quel locale. Non manca, poi,  un servizio di ristorazione per homeless con tanto di auto itinerante che si affianca al cliente per strada e fornisce ogni tipo di cibo, anche il più raffinato. Ma anche parate di poliziotti che inseguono venditori di rose su monoruote elettrici, carri armati che attraversano il centro cittadino, coppie borghesi americane che tirano tranquillamente fuori dal bagagliaio mitra e bazooka.

Al di là delle forme patinate e suadenti, il mondo ovunque cela la sua violenza, e gli individui tutti, loro malgrado, si muovono in un pianeta impregnato di tensioni geopolitiche. Una verità che è solo diversamente celata e rappresentata nelle varie parti del mondo. “Anche se diversamente rappresentata, la violenza che scaturisce da un luogo è simile a quella di un'altra parte del mondo. Ho messo in scena l’elasticità della situazione tragica in cui la Palestina ha vissuto negli anni che ora si sta estendendo, e l’ho identificata con altre situazioni in altri luoghi”, sottolinea Suleiman.

Così il “Paradiso” senza conflitti o tensioni a cui allude il titolo, mostra, attraverso l’ironia, tutta la sua frustrazione e disillusione. Come rimarca il regista, però, It Must Be Heaven è anche un film sull’esilio e su cosa voglia dire cercare la propria casa nel mondo. “Ci sono persone che vivono l’esperienza dell’esilio anche nella loro stessa patria, anche vivendo in un solo luogo si può essere, in un cero senso, nomadi”, ricorda.

Pochissimi, come di consueto i dialoghi, che sembrano piuttosto monologhi finalizzati a dare musicalità alla narrazione. “Perché nel poco confortevole stato del silenzio c’è anche un valore politico, il silenzio è una forma di resistenza, in molti sensi”.

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