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CANNES - “L’arte è un riflesso del mondo e il mondo è riflesso nell’arte”. Citando il cineasta americano Michael Moore, salito sul palco della Croisette per consegnare il Prix du Jury, il presidente della giuria Alejandro Gonzalez Iñárritu ha commentato un Palmarès che ha gratificato pellicole espressione di un’urgenza sociale. Anche se il verdetto, ci tiene a sottolineare Iñárritu, è stato strettamente cinematografico e non politico: “Non abbiamo dato priorità al nome del regista o ai messaggi politici trasmessi. Non avevamo opinioni da dare, semmai voci e passioni da ascoltare. Detto questo, credo che il cinema in questo momento abbia l’esigenza di raccontare il sociale e il mondo, mostrandolo dalle varie prospettive possibili”. 

Un processo molto democratico, garantiscono presidente e giuria, quello che ha portato alla decisione finale e unanime di assegnare la Palma d’Oro al coreano Parasite, feroce critica sociale sotto forma di commedia che arriverà nelle sale italiane con Academy Two. "Abbiamo molto sofferto nel non poter ricompensare tanti autori e opere che avrebbero meritato di più. Ma il gioco era questo e abbiamo fatto il possibile. Non eravamo qui per giudicare ma per ottenere un risultato comune nelle nostre differenze". Rispetto, poi, al lavoro degli ultimi giorni, raccontano: “Abbiamo visto due o tre film al giorno, il più delle volte insieme al pubblico, che è di gran lunga un’esperienza migliore rispetto a una visione riservata. Di solito non abbiamo condiviso subito le nostre impressioni, ma abbiamo aspettato il tempo necessario affinchè il film fosse assimilato e crescesse dentro di noi. È stato un bel processo di condivisione delle nostre impressioni e delle idee. I film oggi rappresentati sono  quelli inaspettati, che ci hanno stupito con il mistero dell’inatteso e sono cresciuti man mano dentro di noi”. 

Interrogati sulle motivazioni del Grand Prix assegnato a sorpresa ad Atlantique di Mati Diop, prima regista nera in concorso al festival: “È un film che è rimasto immediatamente e a lungo nelle nostre menti. Pieno di poesia, con qualcosa di profondo e misterioso che ci ha affascinato”, ha sottolineato il cineasta e autore di graphic novel francese Enki Bilal. “Il film parla di una tragedia a cui assistiamo tutti i giorni, che ha per protagonisti giovani uomini che muoiono alla ricerca di un futuro migliore. Ma è una pellicola abile nell’interpretare la realtà, che ci ha colpito per il punto di vista della regista, che sta dalla parte delle donne e di quelli che restano ma non per questo soffrono e rischiano di meno”, ha fatto eco la nostra Alice Rohrwacher, habitué della Croisette che l'ha in passato premiata due volte.

Tra i membri della giuria  Elle Fanning, a soli ventuno anni la giurata più giovane del Festival, che commenta così questa esperienza non certo comune per una ragazza della sua età: “Ho imparato molto rispetto al guardare un film da una prospettiva differente, un esercizio che è stato molto interessante”. Dal canto suo Iñárritu sottolinea come avere avuto un millennial in giuria sia stato un dono e un insegnamento per tutti, "la possibilità di comprendere il vero significato di uno sguardo giovane”.

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