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CANNES - Nelle prime ore della sera, mentre ancora il sole illumina la Croisette, la rossa Montée des marches è una passerella di visi attesi (Antonio Banderas) ma anche facce (Quentin Tarantino) che un po' insinuano possibili premi non ancora considerati nel toto pop delle Palme, tra giornalisti e cinéphile. Purtroppo, è certo che nessun riconoscimento sia andato a Il traditore di Marco Bellocchio, nonostante l’eccellente accoglienza di critica e pubblico e il consenso del mercato internazionale: tra le altre, altissime sono le prove attoriali, anzitutto quella di Pierfrancesco Favino nel ruolo di Tommaso Buscetta, ma altrettanto quelle di Luigi lo Cascio o Fabrizio Ferracane. Tutto questo non è bastato all’Italia per essere considerata per almeno uno degli otto premi che ha assegnato la Giuria del Concorso, presieduta da Alejandro Iñárritu, che nel gruppo contava anche sulla presenza della nostra Alice Rohrwacher.

La Palma d’Oro al sud-coreano Parasite di Bong Joon-Ho è stata consegnata da una Catherine Deneuve in verde (colore che per lo spettacolo francese ha la stessa valenza del viola per noi) e le parole a caldo del regista, per la sua storia di lotta di classe, sono state: “Questo film significa qualcosa di particolare per me, ringrazio quindi chi ha ‘sentito’ la mia passione, ho provato a toccare ciò che era per me importante. L'ispirazione mi è arrivata con una domanda: ‘cosa accadrebbe se due famiglie - una ricca e una povera, che abitano quartieri molto differenti – s’incontrassero? Cosa accadrebbe se quei due universi differenti dovessero poi scontrarsi?’. Non sono ossessionato dal tema della famiglia, questo film rimane comunque altro rispetto ai miei precedenti, in cui le famiglie erano incomplete”. Eppure un po' del nostro Paese c'è in questo Parasite: l'ultima drammatica scena canta italiano, con In ginocchio da te di Gianni Morandi, e italiana è Academy Two che distribuirà il film, di cui l’amministratore delegato, Alessandro Giacobbo, ha già dichiarato come la società sia “orgogliosa di avere acquistato un’opera che ha convinto per la potenza della storia e la bellezza delle immagini”. Parasite, si rumoreggiava sulla Croisette potesse avere delle opportunità ed è stato, rassicurando così che anche luoghi del mondo dai confini distanti, almeno dall’Europa, hanno un cinema valorizzato e che può parlare per loro.

Tra attesa e sorpresa, invece, la parte di palmarès che parla al femminile: la Giuria ha infatti consegnato tre premi ad altrettante registe. Miglior Sceneggiatura a Céline Sciamma per Portrait de la jeune fille en feu, un film che sin dal suo esordio sulla Croisette non ha lasciato indifferenti per la poesia con cui l’autrice ha descritto un universo femminile settecentesco e drammatico, ma al tempo stesso pervaso da un forte senso dell’essenza dell’amore. La regista francese, accogliendo il premio dalle mani di Gael García Bernal, ha detto: “La mia più bella avventura come cineasta, che mi ha permesso di parlare della vita. Il mio grazie eterno alle mie interpreti”, tra cui c’è Valeria Golino. La Miglior Interprete Femminile è stata decretata Emily Beecham per il ruolo in Little Joe, film di un’altra donna, Jessica Hausner, che l’attrice ha proprio ringraziato espressamente per averla scelta “per un ruolo magnifico”. Il cerchio femminile si è chiuso per una storia d’amore e mistero nella banlieue di Dakar, Atlantique di Mati Diop, che ha fatto un lunghissimo discorso sul palco, dove è salita a ritirare il Gran Prix, annunciato da Sylvester Stallone. “È un film reso possibile grazie a chi ha creduto in me, sono onorata di essere riconosciuta come autrice e che mi sia stata data l’opportunità di fare un film realistico sulla miseria del Senegal”, queste le parole di Diop.

Un tema, quello delle banlieue, soggetto anche de Les Misérables di Ladj Ly, anche questo, come quello di Sciamma, un film francese che, appena è passato sul grande schermo del Festival, ha toccato corde che hanno innescato il “sospetto” di un possibile premio, poi giunto stasera, ex-aequo con Bacurau di Kleber Mendonca Filho&Dornelles: Prix du Jury per questi due testi fortemente sociali, seppur di due luoghi del mondo agli antipodi, Francia e Brasile, Paese che ha visto una vittoria anche in Un Certain Regard, con il premio per A vida invisível de Eurídice Gusmão diretto da Karim Aïnouz. Questo doppio premio è stato consegnato da Michael Moore che poco prima della consegna ha citato Picasso e il suo concetto di arte: “ciò che immaginate è realtà”. Ladj Ly ha dedicato il premio “a tutti les misérables di Francia” e i registi brasiliani hanno riconosciuto come “la Giuria è stata capace di connettersi alla quotidianità del nostro Paese; il premio ha un valore morale per il popolo brasiliano, e per la nostra cultura”, un ambito in cui il Brasile molto patisce a causa della difficile situazione sociale e politica.

Premio un po' meno esotico e quasi “un appuntamento cannoise” quello ai fratelli Dardenne per la Miglior Regia de Le jeune Ahmed: la coppia è già stata Palma d’oro per Rosetta (1991) e L’enfant – Una storia d’amore (2005), e Grand Prix per Il ragazzo con la bicicletta (2011). Una firma magistrale, quella dei due fratelli, ma non un segnale - quello della Giuria - di apertura agli autori del futuro. “Un'ode alla vita - hanno definito il film i Dardenne - ma difficile rispetto alle problematiche di radicalizzazione: è un’apertura alla vita, questa è la vocazione del cinema”.

Non scontato, perché per questa sezione molto l’Italia aveva sperato per Pierfrancesco Favino, gigante nel ruolo del pentito Buscetta, ma non imprevedibile il premio alla Miglior Interpretazione Maschile, conferito ad Antonio Banderas per la biografia di Pedro Almodóvar, Dolor Y Gloria, in cui l’attore interpreta l’alter ego del regista, effettivamente con una recitazione profondamente emozionale ed emozionante e un grande studio mimico del personaggio. Banderas, che sul red carpet l’avevamo visto salutare e abbracciare Tarantino - presenza pop ma senza il fine di una Palma – ha accolto il premio nella sua lingua madre e nel nome delle sue origini, comuni a quelle del suo regista: “Rappresento il cinema spagnolo e quindi parlo spagnolo. Sono molto riconoscente al mio personaggio, si chiama Salvador Mallo, ma non è un mistero che sia Padro, che rispetto, amo, per il suo percorso, per il suo dolore; io adesso conosco la gloria, ma stasera voglio dire tutto, la felicità e il dolore". 

Ultimo ma non ultimo Elia Suleiman, che ha ricevuto una Menzione Speciale per It must be heaven, per mano di Chiara Mastroianni, appena premiata in Un Certain Regard come Miglior Interprete, a cui sono seguite le parole del regista palestinese: “Ringrazio il produttore per aver permesso la concretizzazione del progetto”, un progetto che per più di qualcuno avrebbe meritato un’attenzione maggiore rispetto alla “sola” Menzione.

La 72esima edizione di uno dei festival di cinema più importanti del mondo ha così lasciato dietro di sé la nostalgia, la passione, le polemiche, le opinioni, i papillon, il red carpet, imprimendo molto in termini di visione e di visioni, tra queste la locandina dedicata ad Alain Delon, protagonista la scorsa settimana di un toccante Rendez-Vous che ha visto al centro dell’incontro il viso d’angelo di molti film internazionali e anche della Storia del cinema italiano, e “la prima immagine” del festival di quest’anno, quella della locandina ufficiale dedicata alla grande autrice Agnès Varda, ritratta all'età di 26 anni sul set del suo primo film, La pointe courte, come l’ha ricordata, con commozione, Valeria Bruni Tedeschi dal palco: “Lei sapeva sentire la ragione profonda del fare un film e far passare le sensazione dei sentimenti”.

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