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Esce in sala con Lupin Film il 20 giugno The Elevator, thriller di Massimo Coglitore ambientato e girato in due settimane a New York. Jack Tramell, 50 anni, single, è famoso per il suo TV show, che fa impazzire gli americani. Il set principale è l’ascensore del palazzo dove vive Jack, luogo di espiazione delle colpe. Di quali colpe è accusato Jack? Si scopre nella battaglia che dovrà affrontare con Katherine, una donna misteriosa che chiede vendetta. Affascinante, autoritaria, cinica, scientifica ma anche a volte spaesata, Katherine blocca Jack nell’ascensore la sera del labour day, lungo week end in cui la città si svuota, e inizia un logorante gioco di tensione fisica e psicologica.

Scritto da Mauro Graiani e Riccardo Irrera e interpretato da James Parks e Caroline Goodall oltre che da Burt Young nel ruolo di un portiere con un passato da pugile (chiaro il riferimento a Rocky, ma anche alle passioni giovanili di Young), viene presentato come “ispirato a una storia vera”, e il regista spiega “la parte dell’ascensore è frutto di fiction. Lavorando a un documentario mi sono imbattuto nella storia drammatica di un uomo brasiliano che dopo aver portato il figlio in ospedale per un banale incidente domestico si è sentito dire che era morto. Non ha mai accettato questa versione e mettendosi a indagare è risalito a una pericolosa associazione criminale che si occupava di traffico d’organi, in cui erano implicati anche alcuni politici. E’ stato denunciato varie volte come malato mentale ed è fuggito dal paese. Da qui è nata l’idea che ha portato alla costruzione del film. Un film ambizioso, girato a New York perché non riuscivamo a immaginare personaggi italiani in quel contesto ma soprattutto non un palazzo alto abbastanza da creare la tensione che cercavamo. Ho usato pochissimi flashback, non solo per questioni di budget ma anche per dare allo spettatore il senso di trappola in cui si trova il protagonista. Si entra in quell’ascensore e non si esce più”. “Non capita molto spesso – raccontano gli sceneggiatori – ma abbiamo avuto il privilegio di vedere l’intero film recitato ‘live’ dai protagonisti, a Cinecittà, prima delle riprese. In quel momento ci siamo resi conto che funzionava. Abbiamo lavorato parecchio sui personaggi anche scambiando i loro ruoli, volevamo capire se ci fossero in loro atteggiamenti peculiarmente maschili o femminili ma è in realtà un asse carnefice/vittima che si scambiano posto in continuazione. C’è un genitore a cui è stato strappato un figlio e si vendica, senza specifiche di genere”.

“Non andavo a Cinecittà dai tempi di Cliffhanger con Stallone - racconta Goodall in perfetto italiano - quindi tornarci è stato un piacere, la storia era molto interessante e io stessa scrivo alcune storie dal punto di vista maschile. E’ il lavoro di attori, registi e sceneggiatori calarsi nei panni dei personaggi che scrivono o interpretano. Soffrivo psicologicamente nel seguire il personaggio ma del resto James soffriva fisicamente, perché era sempre legato e imbavagliato. Alla fine delle riprese ha detto, ‘tutto bello, ma la prossima volta facciamo una commedia’!”

A parlare del coinvolgimento di Young è il produttore Riccardo Neri: “Ci avevo già lavorato in precedenza e poi siccome amiamo tutti e due il pugilato ci siamo allenati spesso insieme, in India, con una palla da palestra che pesava cinque chili. Cercavamo un nome conosciuto da tutti e ho pensato di chiamarlo. Inizialmente non si ricordava di me ma gli ho scansionato e mandato una foto insieme, e qualcosa è scattato: ‘Ma certo, ha detto! Sei quel pugile! Mi ricordo di te!’. Ha preso un aereo ed era da noi”.

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