/ ARTICOLI

BOLOGNA - "Gli italiani? Sono un popolo fantastico, non si direbbe che il capo qui è Salvini. Ma non voglio parlare di politica, il mio mestiere non me lo consente: a teatro c'è chi vota a destra e chi a sinistra". Non c'è film che tenga: quando Fabrice Luchini prende la parola, non si può che restare travolti dal suo istrionismo e seguirlo in qualunque territorio decida di portarti. Stavolta ha messo il dito nella politica, pur dichiarando di non volerlo fare. "Non mi permetto di giudicare la politica di un paese, soprattutto se non è il mio".

In questi giorni Luchini - 68 anni e una lunga lista di premi, tra cui la Coppa Volpi per La corte - è a Bologna per ricevere il Celebration of Lives Award 2019 del Biografilm Festival e per presentare due film: Alice et le maire di Nicolas Pariser e Chi l'ha scritto? - Il mistero di Henri Pick di Rémi Bezançon, in arrivo in Italia nei prossimi mesi rispettivamente con Movies Inspired/Bim e I Wonder. Il primo, vincitore del premio Label Europa Cinemas alla Quinzaine des Réalisateurs, è una riflessione sulla politica nel senso più alto del termine, in cui Luchini interpreta il sindaco (le maire) del titolo. Dotato di istinto e competenza, siede sulla poltrona di primo cittadino di Lione ma punta all'Eliseo; ha alle spalle un percorso di successi e davanti agli occhi un presente povero di stimoli e idee. A correre in suo soccorso è una giovane intellettuale (Anaïs Demoustier), incaricata di rianimarlo con le armi del letteratura e della filosofia. Letteratura che è anche al centro de Il mistero di Henri Pick, indagine sull'identità dell'autore di un romanzo-rivelazione, tra commedia e giallo. L'attore, qui, è il critico letterario che rovescia scetticismo e aggressività sull'idea che, dietro al nuovo fenomeno letterario, ci sia davvero un pizzaiolo di provincia e non un piano di marketing concepito ad arte. Procedendo con la sua inchiesta, questo novello Sherlock Holmes trova la sua Watson in Camille Cottin (con cui Luchini aveva già duettato nella serie Netflix Chiami il mio agente), figlia del defunto Henri Pick. Mentre il regista, che con questo adattamento del romanzo di David Foenkinos ha voluto "mandare una lettera d'amore alla letteratura", si interroga sul "romanzo nel romanzo" - capace di solleticare curiosità e vendite - costituito dai segreti che circondano gli autori. Vedi, qui da noi, alla voce Elena Ferrante.

"Non avevo pensato al fatto che il mio personaggio, in entrambi i film, venisse salvato dalla letteratura - ha risposto a una giornalista - ma è proprio vero. Il mio sindaco ritrova la sua motivazione grazie alla filosofia e il mio critico ha un'idea alta della letteratura, non vorrebbe che il sistema e le regole del commercio la inquinassero". E Luchini, che rapporto ha con la critica? "Non credo esista una parola definitiva sul rapporto tra gli artigiani e chi commenta il loro lavoro - ha detto, avviando un discorso che sarebbe diventato un fiume in piena - Quando le recensioni sono benevole c'è la tendenza ad amare i critici, quando ti annientano c'è la tendenza ad amarli meno. L'ideale sarebbe non leggere le recensioni, né quelle buone, né quelle cattive, ma è appunto un ideale, come il marxismo. Nella mia carriera un paio di critici teatrali mi hanno aiutato nel mio percorso, gli altri si sono accontentati di esprimere opinioni non argomentate, o eccessivamente benevole o eccessivamente cattive. Truffaut o Rohmer non avrebbero mai liquidato un film sui Cahiers du Cinéma con 'mi piace' o 'non mi piace'. Siamo in un'epoca di decadenza".

Premiato dal Biografilm con un oggetto che ricorda un mattone, Luchini non ha esitato a usarlo per costruirci un suo pezzo di teatro: "Appena lo ricevi resti un po' perplesso, poi lo ami. Voglio interpretarlo come un simbolo del legame tra Italia e Francia, due paesi che stanno attraversando un momento preoccupante e molti guai e che forse, grazie all'arte, potranno alleggerire il loro fardello".

VEDI ANCHE

BIOGRAFILM FESTIVAL

Ad