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BASILEA - Si è svolta a Basilea, in Svizzera tedesca, la nona edizione del festival Bildrausch Basel, manifestazione dedicata al cinema d’autore e indipendente. Un’edizione dal palmarès germanico (ha vinto I Was at Home, But… di Angela Shanelec, già premiata a Berlino qualche mese fa), ma dotata anche di una forte presenza italiana, grazie a una retrospettiva completa dei documentari di Gianfranco Rosi, il quale si è preso una piccola pausa dalla post-produzione del suo nuovo lungometraggio, Notturno, per accompagnare i suoi film precedenti. In particolare, la mattina del 22 giugno è stata dominata da una masterclass di tre ore, moderata da Jean Perret, giornalista e docente nonché ex-direttore di Visions du Réel e fondatore della Semaine de la Critique, sezione interamente dedicata al documentario, all’interno del Locarno Film Festival.

Rosi ha sempre fatto quello che i francesi chiamano “cinema del reale”, eppure proprio sul suo conto circolano informazioni contraddittorie: a seconda della fonte, risultano almeno tre diverse date di nascita, e persino i suoi passaporti – ne ha due, italiano e americano – non concordano su quell’aspetto. “Il passaporto americano l’ho dovuto ottenere per poter continuare a vivere a New York”, spiega il cineasta. “Avevo la green card, ma se passi più di sei mesi all’estero poi non ti fanno più tornare. Il passaporto l’ho avuto ai tempi di Obama, adesso non mi dispiacerebbe restituirlo.”

Al netto dei due documenti cartacei, il regista, nato in Eritrea e costantemente in viaggio in base agli argomenti trattati nei suoi film, non si considera propriamente cittadino di una nazione o città in particolare: “Sono sradicato, le mie radici sono i luoghi dove lavoro, di progetto in progetto. Nel caso di Notturno ho vissuto in Medio Oriente per più di un anno.” Incluso il nuovo progetto ancora in post-produzione, Rosi ha girato sei lungometraggi documentari, ma considera ciascuno di essi un’esperienza inedita, in tutti i sensi: “Ogni film ha un approccio diverso, quando inizio un progetto nuovo dimentico tutto quello che ho fatto in precedenza.” L’unico fil rouge è il tempo passato con le persone prima delle riprese, per creare il rapporto di fiducia necessario per poter introdurre la macchina da presa. “Quella è la mia parte preferita della lavorazione”, ammette il cineasta.

“Filmare mi piace di meno, per non parlare del montaggio. Quando girerò il mio ultimo film in assoluto forse non lo monterò proprio, lascerò lì le trenta ore di girato e se ne occuperà qualcun altro dopo la mia morte.” Detto ciò, proprio nell’ambito del montaggio c’è l’altra costante della filmografia di Rosi: Jacopo Quadri. “Con lui non c’è molto dialogo, riesce a farmi capire tutto esprimendosi con gesti o grugniti. Lui è l’unico elemento stabile della mia vita.” Le nuove tecnologie hanno facilitato il suo lavoro? “Sì, ma continuo a ragionare come se avessi a disposizione un 16mm, tiro fuori la macchina da presa solo quando serve.”

Com’è cambiato il cinema documentario in questi anni? “Oggi non ha più senso il cinema antropologico, quello che faceva Jean Rouch. Lo faceva benissimo, ma progetti simili al giorno d’oggi non hanno senso, perché la gente può trovare tutte le informazioni in rete, mentre un tempo erano proprio i film ad assolvere quella funzione.” Uno spettatore paragona il suo sguardo, distaccato ma ricco di empatia, a quello di Michael Moore, che invece interviene in prima persona davanti alla macchina da presa. Risponde Rosi: “Per me Michael Moore ha distrutto il documentario. Il suo non è cinema, è pura propaganda, la forma peggiore di giornalismo.”

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