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Sono appena terminate le riprese di Luna Nera, la terza serie originale italiana Netflix - produzione Fandango - che sarà disponibile da inizio 2020 su Netflix in tutti i Paesi in cui il servizio è attivo. Per l’occasione è stata organizzata una visita sul set negli studi di Cinecittà, dove è realizzata parte della serie, unitamente a location vere e proprie come Canale Monterano, Celleno, il castello di Montecalvello appartenuto negli anni ‘60 al celebre artista parigino Balthus, la Selva del Lamone, Sorano, Sutri e il Parco degli Acquedotti di Roma adiacente agli studios.

E’ una serie corale che parla di streghe, in un 1600 immaginario al confine tra realismo e fantasy, con una forte componente ‘teen drama’ e una storia d’amore tra appartenenti ad opposte fazioni. Ci sono appunto le fattucchiere, caratterizzate, da quello che abbiamo potuto vedere e ascoltare, anche come ricercatrici e scienziate che proprio per la loro sapienza sono bandite dalla cultura dominante, tendenzialmente bigotta e maschilista. Ci sono i ‘Benandanti’, cacciatori di streghe al soldo della Chiesa, e ci sono delle ragazze che scoprono di avere dei poteri particolari. I protagonisti ono: Antonia Fotaras , Giada Gagliardi, Adalgisa Manfrida, Manuela Mandracchia, Lucrezia Guidone, Federica Fracassi , Barbara Ronchi, Giorgio Belli, Gloria Carovana, Giandomenico Cupaiolo, Filippo Scotti, Gianmarco Vettori, Aliosha Massine, Nathan Macchioni, Roberto De Francesco, Emili Mastrantoni, Astrid Meloni, Daniele Amendola, Marilena Anniballi e Mariano Pirrello. Dietro la macchina da presa troviamo Francesca Comencini (Amori che non sanno stare al mondo; Gomorra - La serie), Susanna Nicchiarelli (Nico, 1988) e Paola Randi (Tito e gli Alieni). 

Altra particolarità, la serie è basata sul romanzo “Le città Perdute. Luna Nera” di Tiziana Triana, che verrà pubblicato a novembre 2019 da Sonzogno Editore. Caso abbastanza raro in Italia, il progetto è stato acquisito sulla base delle bozze, che preludono a una trilogia parallela (tre stagioni televisive per tre romanzi, sei puntate ciascuna, poi si vedrà). La serie esce a inizio 2020. La scrittrice ha contribuito alla sceneggiatura degli episodi insieme a Francesca Manieri (Il Miracolo), Laura Paolucci (L’Amica Geniale) e Vanessa Picciarelli (Bangla).

Tutto inizia in seguito alla morte di un neonato. Ade, una levatrice di 16 anni, viene accusata di stregoneria. Trovato rifugio in una misteriosa comunità di donne al limitare del bosco, la ragazza è costretta a fare una scelta: l’amore impossibile per Pietro – figlio del capo dei Benandanti, i cacciatori di streghe - o l’adempimento del suo vero destino, una minaccia per il mondo in cui vive, diviso tra ragione e misticismo. Nella visita abbiamo potuto vedere all’opera la regista Paola Randi su delle scene ambientate nella ‘casa delle streghe’ al confine con il bosco, un luogo magico protetto dalla foresta, invisibile dall’esterno, dove la natura e la cultura si incontrano e si confondono. Alberi si intrecciano nei muri, ci sono molti libri e oggetti di scienza reali, ad esempio i classici ‘planetari’, ma anche elementi di fantasia, come palle di vetro ripiene di tessuti, e dalla libreria si accede a una ‘Wunderkammer’ dalle atmosfere uterine e acquatiche, con meduse e stelle appese a mezz’aria. La fotografia, assicura la responsabile di produzione Laura Buffoni, che ci accompagna nel corso di questo immaginifico viaggio, farà il resto, e in generale tutti concordano nel dire che gli effetti in cgi saranno moderati e commisurati alle necessità delle storia.

Ma ci saranno anche roghi ed elementi spettacolari, scene action e colpi di scena su cui, comprensibilmente, le registe e i produttori si spendono poco. Sappiamo che c’è una trama ‘orizzontale’ dove le protagoniste si rendono conto che possono unirsi per salvare il mondo dalla minaccia dei ‘fusiosi’, un esercito di non morti che minaccia di invadere il mondo civile non dissimilmente dagli ‘estranei’ de Il trono di spade. “L’immaginario fantasy ci appartiene – dice in conferenza Domenico Procacci di Fandango – in Game of Thrones riconosco ambientazioni tipiche della cultura italiana, così come ci appartengono il folklore, le streghe e tutto il resto. Lo incontriamo poco nel nostro cinema per mancanza di mezzi, ma soprattutto di coraggio”.

“E’ un fantasy realistico, ma anche terroso e per certi versi ‘maldestro’ – spiega Nicchiarelli – ma alla fine la realtà è profondamente magica e prodigiosa, specie quei confini poco narrati dove agistono le donne, all’inizio della vita oppure alla sua fine, ovvero i momenti di massimo mistero. Non si tratta solo del racconto di una strage incontrollata, di cui non si conoscono nemmeno i numeri ma soprattutto di una storia di riscatto. Sono donne che si uniscono, combattono e liberano le altre donne. Ho amato giocare con il genere e gestire elementi difficili come gli stunt e i cavalli. Abbiamo inventato un mondo, quasi come se fosse Star Wars”.

Randi, oltre a sottolineare il grande entusiasmo nel gestire la sua parte, particolarmente difficile in quanto finale di stagione con scena di grande impatto spettacolare, ha detto “sono particolarmente appassionata di effetti in ripresa, che mantengono, rispetto al digitale, una caratteristica specifica di unicità e artigianalità. La sfida è stata calibrare la loro presenza con quella del computer, al servizio dell’impostazione data”. “I libri di storia raramente raccontano la ‘caccia alle streghe – aggiunge Comencini – è stata una grande tragedia ma non ne conosciamo i numeri. Eppure il termine è conosciuto a tutti. E’ quello che succede quando una comunità impaurita e aggressiva si mette a perseguitare i singoli non per quello che fanno, ma per quello che sono. I riferimenti all’attualità sono fortissimi. Quanto agli aspetti tecnici, Gomorra mi aveva abituata agli scontri a fuoco. Qui ho dovuto lavorare con le spade. Il segreto è individuare un punto di vista, magari laterale o parziale, ma che permetta di includere l’action nel ritmo del racconto”.

I costumi sono di Susanna Mastroianni, che spiega come abbia dovuto “smontare un’immagine classica del costume del 1600 per poter raccontare una storia di ribellione, con colori vivaci o ispirazioni realistiche ma applicate in maniera differente. Abbiamo mantenuto l’idea di un costume unico per ogni personaggio. E’ quello che accadeva veramente. Un popolano aveva un solo vestito. Anche se per questioni di logistica, usavamo tre repliche per ciascuno”. Chiude la conferenza Felipe Tewes (Director of International Originals di Netflix), sottolineando come “il lavoro di squadra e il modo in cui autori e registi interagiscono è la caratteristica predominante di questa serie, che consideriamo un prodotto molto ambizioso”.

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