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LOCARNO. L’abbiamo vista con i capelli cortissimi, magra, quasi consumata in Boys Don’t Cry di Kimberly Peirce, l’abbiamo vista aumentare di dieci chili per diventare la cocciuta Maggie di Million Dollor Baby di Clint Eastwood, l’abbiamo ritrovata prigioniera di un corpo che non risponde più ai comandi in Qualcosa di buono di George C. Wolfe, dove interpreta una donna malata di SLA. Ma queste sono solo alcune delle tante trasformazioni di Hilary Swank, attrice fra le più versatili della sua generazione alla quale quest’anno il Festival di Locarno ha assegnato il Leopard Club Award. E Forse proprio a Locarno (dove è stata ospite anche per un incontro con il pubblico) abbiamo avuto il privilegio di vedere la vera Hilary Swank: gentile, alla mano, brillante e capace di controbattere in maniera intelligente anche a domande che a volte non lo erano affatto.

Una vera anti-diva, che non a caso ha cominciato a raccontarsi partendo dal suo “primo grande fallimento”: Beverly Hills 90210, la celebre serie tv che ha spopolato negli anni ’90, e in cui la Swank interpretava il ruolo di una mamma single: “Ero felicissima di avere ottenuto quella parte, solo che dopo poche puntate mi dissero che il personaggio non funzionava e lo cancellarono. Io persi il lavoro. Fu un momento terribile, pensavo che se non ero stata in grado di tenermi quell’ingaggio forse non sarei mai stata capace di farmi strada come attrice….e invece dopo poco mi arrivò la proposta di Boys Don’t Cry, un film che ha cambiato la mia vita, non solo perché la mia carriera ha avuto una svolta – quel film mi ha fatto vincere un Oscar -  ma soprattutto perché ho capito quali erano i personaggi che mi interessava veramente interpretare, quelli reali, che hanno qualcosa di importante da dirti sulla vita. Boys Don’t Cry è stata una prova importante anche perché prima di allora parlare delle problematiche delle persone transgender non era cosi semplice e sono orgogliosa che in qualche modo questo film sia riuscito anche ad aprire un discorso su questo tema”.

Ed è ancora la vita vera, ad ispirare Hilary Swank per il personaggio che in Million Dollar Baby le farà vincere il secondo Oscar come migliore attrice. La straziante vicenda di Maggie Fitzgerald pare sia stata infatti modellata su quella reale di Katie Dallam, ex pugile finita in coma a causa di una serie di colpi alla testa subiti sul ring: “Interpretare Maggie è stata dura, prima di tutto perché ho dovuto lavorare molto fisicamente per aumentare la mia massa muscolare. Poi si trattava anche in questo caso di un ruolo che aveva dei legami stretti con la realtà, con persone e storie vere. Certo, nel cinema anche le storie realmente accadute si romanzano, c’è la cosiddetta licenza poetica, ma questo non diminuisce il senso di responsabilità. Clint Eastwood però è stato meraviglioso. Credo che sia uno dei migliori registi esistenti anche per questa sua capacità di dirigere gli attori. Sul set mi ha dato fiducia, mi ha fatto sentire libera di trovare il mio personaggio, affrancandomi da tutte quelle gabbie mentali, quelle paure di non riuscire che possono inibire la creatività. Perché, lo sostengo da sempre, il nostro peggior nemico noi lo abbiamo nella nostra testa”.

Ma Hilary Swank è la dimostrazione vivente che questo nemico si può sconfiggere, anche se, come spiega "è un lavoro quotidiano e basato tutto sulla forza di volontà. Un percorso che non è mai finito, ma che, proprio in questa continua evoluzione, dà la possibilità di imparare sempre nuove cose. Questo è in fondo per me il senso del mio mestiere”. E di questo processo di apprendimento continuo, di questo “arsenale di competenze” che serve per affrontare sempre nuove sfide nel suo lavoro di attrice fanno sicuramente parte anche le numerose commedie o le tante serie tv a cui la Swank ha preso parte, così come la sua esperienza di produttrice: “Non mi piace porre dei limiti alla mia professione, e considero il lavoro per la televisione importante tanto quanto quello che si fa al cinema. Ormai questa divisione fra grande e piccolo schermo non ha più senso. Forse lo aveva un tempo, quando la tv limitava la narrativa, adesso invece il cinema indipendente è entrato nei grandi studi. La televisione è fatta di contenuti, di tanti contenuti ed è diventata un mezzo che dà molte possibilità diverse di raccontare storie. E sono proprio le storie ad essere importanti. Storie che possono insegnare qualcosa o divertire, l’ideale è quando si riescono a fondere insieme questi due concetti”.

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