/ ARTICOLI

Una canzone per mio padre è I Can Only Imagine, celeberrimo brano per cui “c’è voluta una vita intera”, come dice il film stesso al suo protagonista, un Bart Millard interpretato da J.Michael Finley, per cui “i sogni non pagano le bollette, servono solo a eludere la realtà, a nascondere la testa sotto la sabbia”, queste le parole distruttive del padre, sul grande schermo Dennis Quaid, maschera naturale e mimica spontaneamente affine al ruolo, supportato dall’efficace doppiaggio di Luca Ward, per questa storia vera, prodotta e distribuita dall’italiana Dominus Production.

Nella Sala dei Gruppi Parlamentari di Montecitorio, spesso utilizzata per mostrare “film di valore”, c’è stata l’anteprima italiana riservata a insegnanti, responsabili di associazioni che hanno a che fare con gruppi giovanili, e alla stampa, per questo lungometraggio diretto dagli Erwin Brothers che riflette una missione culturale importantissima, al fine di non banalizzare le dipendenze – tema del film – e i loro effetti sui più giovani.

Luca Ward, che subito ha ammesso di aver aderito al progetto anche per la responsabilità che sente rispetto al tema, ha raccontato che “Certo, doppiare un personaggio negativo è sempre un po’ faticoso, per riuscire a interpretarlo nella giusta maniera, ma per fortuna Quaid, da grande attore qual è, ti suggerisce ‘come fare’. Quello che ti lascia un po’ di ansia è pensare che poi siano storie vere, soprattutto da papà di tre figli. Io vengo dall’altro Secolo, negli anni ’70 c’è stata la disgrazia dell’eroina e degli acidi: ad un certo momento ci fu un intervento fortissimo dello Stato, anche nelle scuole si spiegava, venivamo messi in guardia, e siccome la Storia ci può insegnare, oggi mi pare ciò non avvenga, come se le droghe non esistessero. Invece no, è un problema ancora più pesante: oggi l’eroina viene tagliata con sostanze altamente danneggianti per il cervello. Questi giovani non ne sanno nulla: oggi acquisti una dose con 10-15 euro. Il punto nodale è: ieri lo Stato s’è messo a fare la guerra alla droga, oggi non mi pare lo faccia. Per gli insegnanti, mi sento di dire che: la scuola era… la lunga mano della famiglia nella mia generazione, oggi l’abbiamo persa. Non so come si possa recuperare, ma sono certo che gli insegnanti siano i secondi genitori, abbiano una responsabilità gigantesca, quindi mi affido anche a loro affinché informino i ragazzi sui grandi pericoli che loro non conoscono”.

Federica Picchi, fondatrice di Dominus Production, e al settimo film con la stessa produzione/distribuzione, sempre di “storie tutte vere, accadute, quindi da rispettare, perché comunque danno una risposta”, ha organizzato questa anteprima con un’inusuale (per il cinema) ma particolarmente stimolante incontro in cui il film s’è irradiato nelle parole di esperti che hanno concertato il soggetto del racconto con il reale dramma sociale. E così, nell’ordine, il dibattito è stato illuminato da tre esperti, con le prime parole di Daniele Prucher, chimico e tossicologo: “Parlo da operaio della scienza: ci sono opinioni e scienza appunto. La prima genera ignoranza, la seconda conoscenza. Cosa è oggi ‘dipendenza’? Non solo le droghe pesanti, ma anche ciò che si mangia può dar dipendenza, come il sesso o il gioco. Così anche certe musiche e certi testi, sono oggi ‘cause di morte giovanile’ (cita My Name di Fabri Fibra, 21 Grammi di Fedez). Con una PET al cervello si può ‘fotografare’ l’effetto della dipendenza: 14,4 sono i miliardi spesi oggi in Italia per le dipendenze, che iniziano a 11-12 anni. La tendenza a minimizzare, usando termini come ‘leggere’, in riferimento alle sostanze come la cannabis, è perché c’è una crescita economica mondiale in salita connessa a questo mercato”. Nel film il padre ha una dipendenza, anche se non viene mai mostrato che Quaid s’alcolizza, ma: “la dipendenza da alcool ha ricadute sul cervello nella parte prefrontale, ha delle ripercussioni perché il cervello non ha più neuroni attivi che danno la lucidità di capire”, ha concluso il dottore, a cui ha fatto eco Picchi, con una specifica cinematografica: “Sono stupita, nel settore cinema, dalla censura: viene approvato di tutto! E poi, per questo film, mi hanno rimproverato che non si vede il padre che beve: eh sì, perché bisogna stare attenti a ciò che si mostra, perché la violenza viene emulata dai più giovani! E poi la cosa bella del film è la conversione, che porta la speranza”.

Film e ricadute psicologiche nelle parole di Luciano Gheri - anestesista, psichiatra e psicanalista dell’infanzia e adolescenza - che ha spiegato gli effetti dei comportamenti violenti a livello famigliare, esattamente come quelli del padre del film. “L’aggettivo ‘leggero’ non significa innocuo, questo va chiarito ai giovani. Come il trauma psicologico può determinare lo sviluppo della personalità patologica nell’adulto? Le conseguenze sono tanto più forti, quanto più il trauma è precoce, passando da disturbi nevrotici a psicotici. Le famiglie disfunzionali c’erano anche in passato, ma avevano traumi meno violenti: oggi si tratta di traumi anche in fasi perinatali, che determinano gravi disturbi psicotici, dissociativi, di personalità antisociale, oltre disturbi narcisistici maligni di personalità, direttamente connessi al comportamento genitoriale. La patologia si struttura sulla ‘mentalizzazione’: un bambino molto piccolo, anche di età preverbale, non è proprietario delle emozioni che prova perché non capisce i nessi di causalità e ha bisogno che l’adulto sussuma su di sé le emozioni e vengano così restituite al piccolo in modo che tolleri il trauma, anche ‘solo’ quello di una sirena che passa, è così che ‘si mentalizza’, perché il bambino riceve una ‘traduzione’ del trauma. Differentemente la parte emotiva si scinde dalla cognitiva, che determina lo sviluppo psicotico. Non sono aree poi spesso esplorabili in età adulta, poiché il bambino ha subìto una paura senza schermatura, e gli rimane latente nel tempo la capacità di gestirla”: questo è un tema del film, quello del bambino che subisce il padre, avendo per esempio la banale paura del buio. Oggi abbiamo adulti incapaci di ‘mentalizzare’ i bambini, spesso a loro volta vittime di questo: si costringe il bambino allo sforzo enorme di prevedere le paure, ciò è determinato da uso di sostanze o patologie psichiatriche; inoltre, anche il bambino più disastrato tende a difendere il genitore assumendo su di sé la colpa del comportamento adulto, per il bisogno di recuperare la figura genitoriale, come Bart Millard nel film, che deve la sua salvezza al produttore discografico che ne riesce a cogliere le caratteristiche, per cui lì c’è un recupero per interposta persona”.

Infine film e effetti criminali, come manifestati da Domenico Airoma, procuratore aggiunto del tribunale di Napoli, che: “Parto dal titolo della canzone – I Can Only Imagine – che per assonanza mi porta all’Imagine di Lennon, che lì cantava un mondo senza più paradiso, quel mondo è il nostro mondo, l’inferno in Terra. Un mondo in cui non c’è senso nella morte, perché non c’è senso nella vita. Io ho a che fare quotidianamente con gli effetti di questo nichilismo applicato. Come mi ha detto un ragazzino delle Paranze: ‘…tanto s’adda murì’ e quindi si cerca un modo ammirato per morire. E c’è chi fa film – come Gomorra - per cui prova fascinazione a raccontare questi temi, che fanno male ai nostri giovani: che differenza c’è tra il bambino delle paranze e il bullo della scuola? Io arrivo dalla Terra dei Fuochi: i primi che introitano queste ‘tossine’ naturali o morali sono i giovani, spugne di tutto questo. Chi ha olezzato con questo mefitico orrore la nostra società? I padri culturali! Questo è un film che descrive una speranza, che si può riscostruire partendo da un fallimento. Il film permette di immaginare che ci possa essere un mondo in cui padri e figli condividono lo stesso senso della vita”.

Una canzone per mio padre esce in autunno e ha già fissato proiezioni mattutine per le scuole italiane dal 7 al 13 novembre prossimi.

VEDI ANCHE

DISTRIBUZIONE

Ad