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Le Mans ’66 sarebbe una di quelle storie originali che sanno inventare gli sceneggiatori talentosi, quelli che creano il film sapendo perfettamente cucinare tutti gli ingredienti a disposizione, se non fosse che la realtà ha offerto questa storia reale agli autori, altrettanto capaci di narrare la storica sfida automobilista tra la scuderia Ferrari e il colosso americano Ford, che per la prima volta nel ’66 vince la 24 ore sul circuito  francese. “Sono partito dall'amore per la storia, in cui ho visto un film molto cinematografico, cinetico... È una storia complicata e questo mi ha attirato: ci sono molti film con le macchine come soggetto, l'automobile è una delle grandi metafore del XX secolo e la macchina da presa del cinema è come se fosse stata fatta per riprendere i veicoli che si muovono. Una macchina è come la maschera di una persona, è un'interessante metafora della vita”, spiega James Mangold (Walk The Line, Logan – The Wolverine), regista del film, all'anteprima italiana.

Il film “parla italiano”, almeno in parte, poiché italianissima è la Ferrari, regina di Le Mans, storica corsa  automobilistica, che proprio nel ’66 s’inchina alla vittoria Ford con la mitica GT40, non solo un bolide iconico ma il frutto di una grande storia d’amicizia, quella tra l’ex campione Shelby (Matt Damon) e il meccanico/pilota Miles, Christian Bale, ancora una volta capace trasformista del grande schermo per questo personaggio sfrontato ma non meno affettivo ed emozionante.

Il film non è solo una strepitosa competizione, aspetto che vive e che appassiona anche i non fanatici delle corse grazie ad un sapiente montaggio alternato che tiene incollati per intere sequenze, in particolare quelle della gara di Daytona, oltre che di Le Mans, naturalmente: “Il film è un mix di montaggio, dop, stunt e direzione: ho un grande team di montaggio con cui lavoro da anni, lo stesso montatore (Michael McCusker) da quasi 20 anni, e la verità è che ci prepariamo molto, studiamo. Ho analizzato cosa mi risulti noioso in tv, cioè il seguire le macchine, che sembra non si muovano, mentre io volevo stare dentro... la macchina: l'obbiettivo era raccontare i ‘perché’ meccanici e umani all'interno dell'abitacolo, per coinvolgere nell'azione, essere empatici con il personaggio”, dice ancora Mangold, che continua precisando: “Non so se sono un grande narratore ma sento della responsabilità: penso che troppi dei nostri film ci fanno addormentare, non perché noiosi ma mirati solo ad intrattenerci, senza farci riflettere sulla vita. Se devo fare questo, rinuncio a fare film. In Shelby e Miles ho visto il tentativo di uno sforzo, inseguire il proprio sogno: credo che l’impegno per realizzare le cose, in questo mondo, miri ad evangelizzare gli altri. In un certo senso il nostro film è romantico: a metà degli anni '60 lo sport era ancora un po' ingenuo, adesso lo sport sono operazioni commerciali, un'arena simile a quella del fare film”.

Un film, Le Mans ’66, che conta su un cast solido, dove il nostro Remo Girone è Enzo Ferrari, scelto dal regista come prima opzione per il ruolo, precisa l’autore, a cui segue l’attore omaggiando il regista e riferendo un orgoglioso aneddoto di lavorazione: “È un grande direttore di attori, Mangold. Ha un occhio molto attento e si accorge subito se l'attore dà l’impressione di recitare e lavora solo a favore della macchina da presa. Interpretare Ferrari è stato bello, perché importante nella Storia italiana, ma un uomo riconosciuto universalmente. Non mi conoscevano come attore sul set ma quando hanno capito che ero Enzo Ferrari tutti hanno voluto fare una foto con me!”.

Colonne portanti Christian Bale e Matt Dillon che,  come Girone per Ferrari, hanno restituito esseri umani prima che ruoli, relazioni umane prima che richieste commerciali: “Entrambi sono persone molto facili perché amano il loro mestiere, che non vedono come essere movie star ma interpreti; sono attori molto generosi e deve essere così perché io sono poco paziente e non posso pensare di curare solo due attori!”, continua il regista di questa storia vera, che per essere tale ha comportato: “Uno sforzo monumentale di ricerca, fatto da un team dedicato, perché i protagonisti erano anche personaggi pubblici: la mia scena preferita è quella tra Bale e Damon con il figlio presente, e il dialogo è basato sulle vere parole di Miles, la sua visione delle corse e il ‘matrimonio’ con la macchina”, racconta Mangold, che conta nel gruppo d’attori anche Noah Jupe (A Quiet Place, 2018) nel ruolo del piccolo Peter Miles, personaggio di poche parole ma di tantissima intensità emotiva, per il punto di vista del bambino che dà ulteriore profondità al racconto: “Volevamo cogliere, del personaggio di Bale, in pista quasi maniacale, un altro lato dichiarato, quello famigliare. Volevo capire cosa vivesse oltre il personaggio automobilistico, donando anche un finale che avesse grazia, un finale come un cuscino morbido su cui atterrare e il rapporto tra Miles e il figlio significava poter rappresentare che le cose importanti vengono trasmesse”, spiega Mangold, che ha concertato il tutto anche con il dop, Phedon Papamichael: “Lui ed io siamo quasi fratelli, carissimi amici, abbiamo fatto cinque film insieme: conta cercare la vita interiore del personaggio per noi, con lui cerco l'effetto speciale più difficile, quello di  fotografare il volto umano per percepirne le emozioni. E lui è il più grande partner in questo senso. Ogni sforzo che facciamo è cercare di catturare la mente umana”.

L’autore, che di certo ha molto marcato nel film il profilo umano, ha dovuto confrontarsi e mettere in scena anche la meccanica, l’ingegneria, la creatività visionaria in termini automobilistici, come la Ferrari 330 P3, di cui, precisa: “Abbiamo fatto delle riproduzioni, perché se ci fosse una Ferrari da pista del '66 avrebbe un valore di 30mld di dollari e non mi verrebbe prestata per farla girare in pista per un film, ma nelle sequenze nel garage di Ferrari ce n'è più di una originale”.

Per questo film che esce il 14 novembre con Fox, James Mangold ha chiosato dicendo: “Non ho fatto un film sugli angeli: la realtà è che gli altri tentano di fregare gli altri, come il furto dei cronometri in sede di gara, è una guerra psicologica. Quando Shelby dice 'la vittoria non si compra', s'intende che la vittoria di una gara come Le Mans è basata sulla resistenza, il vincitore è puro. Se un personaggio dice qualcosa non significa che io regista pensi sia vera, lo dice il personaggio... e non rappresenta il mio sentimento: invece io vi voglio presentare domande, e non solo risposte da biscotti della fortuna”.

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