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La Genesi 1-27 con “Dio creò l’uomo a sua immane; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina lo creò” apre il sipario: è proprio il caso di usare questo modo di dire, ripreso anche visivamente sul grande schermo dall’autore, Tony Saccucci, per La prima donna, con Licia Maglietta, una notevole Emma Carelli, diva della lirica nel Ventennio e prima donna manager italiana.

Il film, prima pre-apertura della Festa di Roma, è una produzione Istituto Luce Cinecittà - in collaborazione con il Teatro dell’Opera di Roma – che in questa occasione, con il prezioso materiale dell’Archivio Storico, concorre a sostenere una cospicua parte della messa in scena.

È un racconto femminile, eclatante, viscerale, non solo di cinema ma anche di musica, infatti la biografia di Emma Carelli (nata a Napoli nel 1877) è la biografia, prima di tutto, di una stella mondiale della lirica, divenuta poi la primissima impresaria a portare in un teatro italiano Picasso, i balletti russi, i Futuristi e Wagner. Emma Carelli è stata, ed è, Emma Carelli per il suo senso di libertà, per la percezione di sé come essere umano e non solo come donna in un consesso più prettamente maschile, a cui all’occasione ha saputo tenere testa, come all’autorevole Artuto Toscanini, o addirittura a Mussolini, sommo del neonato regime del tempo: il governo estromise Carelli dalla direzione del suo teatro perché “come donna ha sviluppato un carattere indipendente che le fa assumere atteggiamenti di superiorità verso chicchessia”. Emma Carelli “è stata una pioniera, non tanto del femminismo, quanto di una figura di donna emancipata, che non aveva paura di qualsiasi tipo di discriminazione. Dura, determinata, decisa”, questa la lettura di Saccucci del soggetto umano del suo film.

Licia Maglietta, che interpreta e racconta in prima persona, dona alla sua Emma uno spirito vivo, uno sguardo volitivo e delicato al contempo, per questo film che, celebrando e metabolizzando in sé anche il teatro e la sua essenza, si narra suddiviso in Atti, scelta del regista Tony Saccucci (già autore de Il pugile del Duce, Menzione Speciale ai Nastri d’Argento come Opera Prima): “Il mio primo film è stato una storia di box, questo secondo è una storia di Opera: sembrerebbero due temi opposti, in realtà c’è la violenza, subìta da tutti e due i miei protagonisti: questo film è un po’ più complesso del primo, perché cinematograficamente e storicamente ha un po’ più di respiro. Le tecniche sono state più complesse, lenti più sofisticate, carrelli e bracci enormi, luci sospese: dal punto di vista produttivo un grande sforzo. E anche per la Storia è stata un’operazione più ampia rispetto al primo film, questa è una storia drammaturgica, ma altrettanto politica”, spiega il regista.

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