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In sala dal 5 dicembre con Vision Distribution L’Immortale di Marco D’Amore, spin-off cinematografico della serie Gomorra che si concentra sul personaggio di Ciro di Marzio, da D’Amore interpretato con grande successo. Prodotto da Cattleya con Vision stessa, da un lato prosegue dal cliff-hanger lasciato in sospeso dalla stagione 4 del serial-madre, con il corpo del protagonista che affonda nelle acque del Golfo di Napoli, colpito al petto da Genny Savastano, suo unico, vero amico.

Dall’altro, attraverso una serie di emozionanti flashback, racconta il passato del personaggio, nella Napoli degli anni ’80 post-terremoto, dove vive come un orfano di strada cresciuto dall’ambiguo padre putativo Bruno. Coriaceo come i protagonisti dei noir classici, Ciro sopravvive ogni volta, anche quando sembra l’ultima, mentre attorno a lui tutti muoiono, e muore anche il suo mondo. Il progetto crossmediale si dimostra riuscito e innovativo, essendo il film godibile a sé stante ma incastrandosi anche perfettamente tra due stagioni della serie.

Nel cast ci sono Salvatore D’Onofrio, Giovanni Vastarella, Marianna Robustelli, Marina Attanasio, Nello Mascia e, nel ruolo di Ciro da bambino, Giuseppe Aiello. “Aiello – racconta D’Amore – mi ha convinto perché al provino, dopo che gli ho chiesto di guardare alla finestra per un quarto d’ora e poi raccontarsi, ha detto ‘io sono buono’. Era come dire ‘sgombera il campo dal mio retaggio’ e questa caratteristica per me era tipica del personaggio, mi sono imbattuto nella natura delle zone periferiche napoletane di cui si narra solo la bruttezza, ma sono in realtà solide e rigogliose. Mi hanno nutrito molti riferimenti teatrali, il personaggio è per me un romantico nell’accezione storica del termine. In lui coincidono e confliggono la bellezza e l’orrore più assoluti. Il lavoro è stato di grande pianificazione con il direttore della fotografia Guido Michelotti, mentre al montaggio, con Patrizio Marone, ci siamo concentrati sulla sintesi di linguaggio, anche fatto di silenzi. Da Gomorra è uscita una vera fucina di talenti”.

Qualcuno – argomentazione classica ormai applicata spessissimo alle storie di criminalità al cinema – chiede se il tono epico e accattivante non crei il rischio di emulazione e fascinazione della criminalità da parte dei giovani. Rispondono il produttore Riccardo Tozzi e il regista.

“Essere bello è il compito di ogni libro o film – dice Tozzi – e se ci riesce non può essere una colpa. Andreotti, per carità grande uomo politico, una volta se la prese per questioni analoghe con il neorealismo. Non fu un’uscita particolarmente felice. Ma comunque, quelle che raccontiamo, sono storie ancorate nella realtà. E se racconti di realtà le cose sono due. Autocensurarsi perché la realtà ci fa paura, oppure andarci dentro, ma senza fare apologia. Nel film domina il senso della morte, nessuno vorrebbe veramente fare quella vita lì. Una bella iniezione di epica, al cinema, non può che fare bene”. “Abbiamo raccontato l’evoluzione della criminalità in Campania negli anni ’80. Era pieno di famiglie che campavano di contrabbando, una criminalità piratesca e guascona, de vogliamo, di chi rischiava la vita uscendo in mare di notte, ma c’è anche il percorso di chi poi di quella tipologia di criminalità è rimasto ‘orfano’, vedendo crescere le famiglie dell’area nord di Napoli, che sono quelle di cui parliamo in Gomorra, e da queste vengono assoldati, diventando poi spacciatori e assassini. Ma soprattutto volevamo raccontare la povertà, il mondo apocalittico della Napoli devastata dal terremoto e dalla speculazione edilizia, che si era dimenticata la propria infanzia”.

Ma questa epopea di Gomorra che sembra essa stessa immortale e infinita, ha già una conclusione scritta e pensata o andrà avanti finché il pubblico ne vorrà? Risponde il produttore per Vision Nicola Maccanico: “Gomorra funziona perché facciamo le cose senza pensare a scadenze precise o specifiche. La prossima stagione non sarà pronta prima del 2020. Abbiamo valutato anche di ritardare il film per avvicinarcelo, ma ogni cosa ha il suo momento. E se ci sarà maggiore attesa, non è detto che sia un male”.

 

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