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“I figli invecchiano. Ma non invecchiano loro. Invecchiano te. I figli ti invecchiano perché passi le giornate curvo su di loro e la colonna prende per buona quella postura. Perché parli lentamente affinché capiscano quello che dici e questo finisce per rallentarti. Perché ti trasmettono malattie che il loro sistema immunitario sconfigge in pochi giorni e il tuo in settimane. Perché ti tolgono il sonno per sempre”. Parte così il monologo teatrale scritto da Mattia Torre sui figli, tormento e beatitudine, capaci di distruggere ogni certezza ma anche, al tempo stesso, di rendere il cuore “grande come non lo è mai stato”. Un testo teneramente irriverente e caustico da cui trae spunto il film Figli, in sala in 400 copie dal 23 gennaio, scritto da Mattia Torre, scomparso lo scorso luglio, e diretto da Giuseppe Bonito, suo aiuto regia nella serie tv cult Boris che ha collaborato con lui anche come seconda unità ne La linea verticale.

“È successo tutto in maniera veloce”, racconta il regista a proposito del suo coinvolgimento nel progetto, sottolineando come Figli sia ‘un film di’, e non semplicemente ‘scritto da’, Mattia Torre. Un distillato della sua vita, capace di diventare, come da sua abitudine, l’ironico specchio della vita di tutti. “Fu lui a chiamarmi – ricorda Bonito - in un momento in cui aveva capito che iniziava a fare fatica. Io ero disorientato, mi disse di aver bisogno di un regista di sostegno. Io gli ho obiettato di non avere figli e di aver fatto, come mio primo e unico film, una pellicola drammatica (Pulce non c’è). Lui replicò di aver pensato a me in maniera istintiva, e di non chiedere altro”. Nella film c’è tutto il pensiero Mattia Torre, come sottolinea anche il regista, il suo passare con sfrontatezza, e insieme grande grazia, dalla realtà dei personaggi al loro inconscio, che irrompe nella scena d’improvviso e in maniera quasi impertinente. “Ho cercato di non dopare mai la forma del film che aveva dato Mattia, a nessun livello, né nel lavoro con gli attori, né nell'uso della macchina da presa”, rimarca Bonito.

Nel film, prodotto da Vision Distribution insieme a Wildiside e The Apartment, compaiono in piccoli ruoli anche molti degli attori che avevano lavorato con Torre, da Valerio Aprea a Paolo Calabresi: “È stata una scelta di Mattia, che aveva deciso già tutto il cast, anche in maniera molto naturale in realtà. Quelli che ho poi scelto io li ho selezionati da una rosa di possibilità definite da Mattia”.

Protagonista del film una coppia (Paola Cortellesi e Valerio Mastandrea) sposata e innamorata. Hanno già una bambina di sei anni e una vita felice. Ma l’arrivo inaspettato del secondo figlio scombina ogni equilibrio, dando vita a situazioni tragicomiche e gettando nello sconforto la coppia, alle prese con implacabili pianti di neonato, allucinanti feste di compleanno in ludoteca e assillanti chat tra genitori. Figli è soprattutto un film romantico che “parla dei percorsi e del lavoro certosino che si fa per mantenere, in una lunga relazione, quel difficile equilibrio del venirsi di continuo incontro che tiene insieme le coppie, indipendentemente dalla presenza o meno di figli”, lo definisce la Cortellesi, che nella vita ha una bimba di sei anni e che ammette di essersi riconosciuta nel film in ogni scena, ritrovandosi a ridere di se stessa.

“È il grande talento della scrittura di Mattia, che non racconta cose surreali, ma piuttosto verissime, solo che è capace di farlo in maniera surreale. Così nei suoi film vedi la realtà e attraverso la sua ironia trovi il modo di riderne, e questo ti alleggerisce. In qualche modo è terapeutico” “Dentro questo film c’è tutto il modo di approcciare la realtà di Mattia – fa eco Valerio Mastandrea -  tutta la sua sfrontatezza nel raccontare stando sempre così dentro alle cose, non limitandosi mai ad osservare la realtà da lontano. Non si parla di figli e basta, ma di come si può e si deve resistere agli urti della vita, non solo generati da noi, ma spesso frutto del modo in cui ci vuole la nostra società. Fare figli dovrebbe essere una cosa naturale, non il punto di arrivo di una persona condito di aspettative di perfezione che non possiamo attendere. Io, ad esempio, quando ho iniziato a vivere la paternità come una cosa difettosa, ma piena di amore, mi sono sentito parecchio meglio”.

Nel film vengono esplorate varie possibili soluzioni alla crisi che irrompe nella coppia (esilaranti i continui e surreali tentativi immaginari dei protagonisti di lanciarsi dalla finestra), ma alla fine il messaggio che emerge è un “si può fare”, si può restare uniti e andare avanti nonostante gli urti e le difficoltà. “Mattia era un ottimista, anche nei suoi pezzi teatrali c’è sempre una punta di ottimismo", conclude Mastandrea. "Non credo, però, volesse dare con questo film un messaggio al mondo, piuttosto parlare dell’amore che ha personalmente vissuto, che è delle componenti più forti del film. Dirci il suo “si può fare”, lasciando però ciascuno libero di pensarla come vuole”.

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