/ ARTICOLI

E’ un numero, il primo del 2020, ricco di nomi e contributi importanti quello che la rivista MicroMega, diretta da Paolo Flores d’Arcais, dedica al cinema, a cominciare dagli omaggi a Monicelli, a 10 anni dalla scomparsa, e a Fellini, nel centenario della nascita. Per il primo si segnala la lunga conversazione del critico Quim Casas con Monicelli stesso, realizzata nell’aprile 2008 due anni prima della sua morte e mai pubblicata prima in italiano, conversazione avvenuta in occasione della retrospettiva a lui dedicata dal Festival del cinema di San Sebastian. Nella lunga intervista il regista ripercorre la sua carriera, dalla metà degli anni ‘30 come assistente di Augusto Genina a Le rose nel deserto (2006) e ricorda le inutili polemiche tra autore e artigiano, tra neorealismo e commedia all’italiana. Per Fellini si evidenzia il saggio di Valeria Della Valle sul creatore di nuovi vocaboli - da dolce vita a paparazzi, da amarcord a vitelloni - un mondo di parole, immagini, evocazioni e suggestioni che ha arricchito il vocabolario della nostra lingua, e non solo.

E poi MicroMega pubblica le conversazioni con i registi Hitchcock, Martone, Coppola, Kore’eda, Kubelka e Tornatore; e ancora le testimonianze sui mestieri del cinema: la montatrice Francesca Calvelli, il direttore della fotografia Luciano Tovoli, la produttrice Francesca Cima, il cercatore di comparse per Cinecittà Antonio Spoletini. Infine i film della vita raccontati da alcuni critici cinematografici, da Fabio Ferzetti a Emanuela Martini.

Alla Casa del Cinema Mario Sesti nel presentare MicroMega, uscito lo scorso 23 gennaio nella versione almanacco del cinema, sottolinea come la forza di questo numero della rivista sia nelle voci d’autore presenti, come Alfred Hitchcock che leggiamo in una conversazione del 1976 al Los Angeles Film Festival, pubblicata per la prima volta integralmente in italiano. Da qui Sesti parte per chiedere a Carlo Verdone quanto la scrittura e la recitazione siano mutate nel tempo. “Negli anni ’60, in pieno boom economico si recita in modo frizzante ed è il periodo di una narrativa che aiuta molto il cinema - risponde l'artista romano - Negli anni ’70 è il momento dei nuovi comici: Troisi, Nuti e io abbiamo portato il nostro linguaggio semplice e spontaneo. E in epoca di femminismo, diciamo stop alla vecchia commedia nella quale la donna è sempre un oggetto e nei miei film diventa un essere misterioso, complesso e molto più forte del maschio di cui esploro le fragilità”.

A Mario Martone che nella conversazione pubblicata parla del cinema come arte della complessità, Marco Bellocchio risponde indirettamente ricordando il tempo in cui il cinema impegnato si poneva il dilemma di educare le masse, fino al punto di rivendicare ‘l’arma del cinema’ come se la cinepresa fosse un mitra. Per l’attrice Chiara Francini, che ha pubblicato tre romanzi, l’ultimo è “Un anno felice”, scrivere è mettersi di fronte a un pubblico e dire ‘eccomi qua’: “Scrivo per essere amata dagli altri. Del resto la bellezza di recitare e scrivere sta nella condivisione”.

La conversazione con il regista giapponese Kore’eda Hirokazu è invece lo spunto per ricordare quel momento sul set in cui si è stati felici. Verdone lo colloca nel momento dell’esordio da regista con Un sacco bello. “Era il primo giorno di riprese, Sergio Leone nella veste di produttore, mi accompagnò sul set e girai, con lui presente che annuiva, utilizzando un carrello e poi un dolly. All’ora di pausa lo cercai per parlare delle altre riprese, ma se ne era andato lasciando detto ‘Puoi stare tranquillo’. Mi ero tolto un macigno perché capii che il film poteva andare sulle sue gambe”. Per Bellocchio è l’atto stesso di girare un film il momento più felice del set. “Il montaggio invece è una rottura di scatole, per fortuna ho sposato una montatrice. Quando andai a Bobbio a realizzare I pugni in tasca, non avevo un padre padrone sul set e quando girai la sequenza di tutta la famiglia a cena, capii che quello era il mio mestiere”. Calopresti torna al momento del suo esordio nel lungometraggio La seconda volta quando con la sceneggiatura bussava alle porte dei produttori per sentirsi rispondere ‘E’ troppo triste’. “Fu proprio Mario Sesti a mettermi in contatto con Angelo Barbagallo che mi disse: faccio leggere a Nanni la tua sceneggiatura. Il giorno che avevo deciso di tornare a Torino mi chiamò Moretti: “Perché non ti sei fatto sentire prima, lo facciamo questo film”. Ero felice perché avevo pensato che fosse velleitario immaginare Moretti produttore della mia opera prima”.

VEDI ANCHE

EDITORIA

Ad