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I bambini ci guardano e noi guardiamo loro, si potrebbe dire parafrasando De Sica. Bambini che giocano dipingendo un autobus bombardato, altri che risolvono equazioni in una cantina per essere più al sicuro dalle esplosioni, qualcuno cresce in un ospedale di fortuna, a contatto con la sofferenza e la morte di vite innocenti. Ecco Alla mia piccola Sama, doc candidato agli Oscar, premiato con L’Oeil d’Or al Festival di Cannes e miglior documentario agli EFA. Ora arriva in sala distribuito da Wanted Cinema con il patrocino di Amnesty International Italia e in collaborazione con Medici senza frontiere. Realizzato dalla giovane filmaker Waad al Kateab (e montato con Edward Watts) Alla mia piccola Sama è una lettera d’amore ma anche un preciso atto di denuncia a cui è impossibile restare indifferenti.

Il film inizia quando Waad è una gioiosa studentessa diciottenne che ha deciso di trasferirsi ad Aleppo. Siamo nel 2011, sull'onda delle primavere arabe la gioventù siriana insorge contro la dittatura di Bashar al-Assad. La repressione è terribile, file di cadaveri torturati e gettati nel fiume, preludono alla guerra civile. Molti fuggono, ma Waad decide di restare, nonostante le pressioni dei genitori, nonostante gli amici uccisi, non nasconde certo la paura che prova ogni giorno e il dilemma, che accompagna tutto il film, tra andare, atto di egoismo ma anche di sopravvivenza, o restare per continuare la lotta intrapresa. Accanto a lei l'amico Hamza, un giovane medico che diventerà suo marito e il padre di sua figlia Sama, bimba nata sotto i bombardamenti dei missili e dei barili bomba. Ed è proprio alla piccola che Waad sente di dover spiegare la scelta di restare, filmando tutto, senza censure o autocensure, perché il cinema "rende tutto più sopportabile". 

Il film diventa così un viaggio personalissimo ma anche universale nell’esperienza della guerra, sui temi del coraggio e della resistenza. "Questo non è solo un film per me, è la mia vita – ha spiegato la regista - Ho iniziato a raccontare la mia storia personale senza avere un piano, solo filmando le proteste in Siria sul mio cellulare, come facevano tanti altri attivisti. Non avrei mai immaginato dove mi avrebbe portato il mio viaggio. Ho continuato a vivere la mia vita. Mi sono sposata e ho avuto una figlia. Mi sono ritrovata a cercare di bilanciare diversi ruoli: Waad madre, attivista, giornalista, cittadina e regista. Tutte queste parti di me hanno incarnato e portato avanti la mia storia, che non è così diversa da quella che hanno vissuto la maggior parte dei miei concittadini. Centinaia di migliaia di siriani hanno vissuto e continuano ancora oggi a vivere le medesime esperienze. Colui che ha commesso questi crimini è ancora al potere e sta uccidendo persone innocenti. La nostra lotta per la giustizia è rilevante oggi, come lo era quando è iniziata la rivoluzione. Realizzare il film è stato davvero difficile, ma ho avvertito una grande responsabilità verso la città, la sua gente e i nostri amici affinché le loro storie non venissero mai dimenticate e nessuno potesse mai distorcere la verità rispetto a ciò che abbiamo vissuto".

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