/ ARTICOLI

Un film lungo tredici anni per raccontare "il tempo che si passa a immaginare, ad aspettare, e poi, all’improvviso, a ricordare". È Le cose belle di Giovanni Piperno e Agostino Ferrente, un lavoro cresciuto insieme ai suoi protagonisti e che continua a crescere, come una pianta, in modo organico e naturale. Adele, Enzo, Fabio e Silvana erano bambini o poco più nella Napoli del ’99, quando i due autori li scelsero per la loro intensità e i loro sogni, diversi da quelli dei loro coetanei, sogni non omologati. Era agosto e si girava un po’ in corsa un documentario, Intervista a mia madre, che Raitre aveva commissionato ed era ansiosa di mandare in onda (oggi la tv è totalmente assente dal progetto finanziato da Regione Campania e Pasta Garofalo). Due ragazzi dodicenni e due ragazzine di quattordici si raccontavano nel rapporto, mai semplice, con i propri genitori. Un po’ fatalisti ma in fondo convinti di avere un futuro. Forse era anche lo spirito dei tempi. Li ritroviamo alla fine degli anni 2000, giovani adulti segnati dalle cose brutte in una città che pare perennemente sull’orlo della catastrofe.

“Abbiamo provato a fare il contrario del documentario antropologico – spiega Agostino Ferrente, autore del celebrato L’orchestra di Piazza Vittorio – non siamo osservatori neutri della realtà ma la influenziamo e la modifichiamo. Per esempio, abbiamo fatto ritrovare Enzo e Fabio attraverso la ricerca di un lavoro, mentre Silvana, grazie al film, ha capito che doveva cambiare vita”. Così Enzo, che da piccolo cantava insieme al padre nei ristoranti, ha ripreso il repertorio napoletano per regalarci una versione straziante di Passione che apre e chiude il film. Un nuovo inizio e un nuovo finale, per quest’opera molto musicale, un momento di cinema nato in progress, nei giorni della presentazione del documentario a Venezia, alle Giornate degli Autori, perché Enzo, che aveva deciso di smettere di cantare nel ’99, è salito di nuovo sul palco. “La sua esperienza da bambino – ci dice Piperno - l'aveva fatto soffrire, ma quando l’abbiamo sentito interpretare Passione ci si sono drizzati i peli per l’emozione”.

 “Il film ha realizzato il mio sogno – interviene Enzo, che ha da poco perso il lavoro da venditore porta a porta - da piccolo cantavo con mio padre, oggi canto da solo e sto imparando a suonare la chitarra. Questa è una cosa bella...”. Fabio, che amava giocare a calcio e ora ha una figlia piccola, è felice di rivivere il passato, “anche per non far fare a mia figlia i miei stessi errori”. Le due ragazze hanno preferito non venire a Roma per la presentazione del film, Adele si è trasferita in Sicilia con il suo nuovo compagno e Silvana cerca di vivere nel presente. “Oggi nelle cose belle non ci credono più – dicono i registi – o forse hanno imparato a non cercarle nel futuro ma nell’incerto vivere della loro giornata, nella lotta per un’esistenza difficile ma dignitosa”. La loro Napoli è una città dove la bellezza si annida nelle pieghe di una quotidianità segnata da disoccupazione e degrado, famiglie dissestate e povertà. “Ma un regista non è un assistente sociale o un antropologo – chiarisce Ferrente – e non credo che queste storie siano limitate a Napoli, tutti i paesi del Mediterraneo possono riconoscersi”. E ancora: “Non eravamo all'inseguimento della spazzatura o dei casi tragici. Ci siamo innamorati di questi personaggi e abbiamo voluto mostrare che, nonostante il disagio, tra le rovine nascono fiori. Questi ragazzi, pur avendo la camorra a un metro, hanno resistito, cercando di lavorare”. Aggiunge Piperno: “Napoli, che nel ’99 era all’apice del rinnovamento di Bassolino, dieci anni dopo è invasa dall'immondizia, ma non voglio cadere nel luogo comune del ‘prima si stava meglio’, questa è una città che si muove tanto. Così abbiamo evitato di mostrare la Napoli della camorra che adesso, col successo della serie Gomorra, sembra l’unica verità. Noi diamo spazio a quello che inferno non è”. E Antonella Di Nocera, produttrice del progetto fin dal ’99 e assessore alla Cultura per un biennio col sindaco De Magistris, spiega: “La bellezza della dignità umana si conserva nonostante tutto. Ma noi adulti abbiamo responsabilità verso i ragazzi e in queste immagini non si vedono belle scuole e bei parchi, ma precariato. È un film che va mostrato agli studenti”.

Dal 26 giugno Le cose belle, che ha fatto incetta di premi, dal Nastro speciale al Cariddi di Taormina 2014, arriva in sala grazie all’Istituto Luce Cinecittà. Come spiega l’ad Roberto Cicutto: “E’ un film da cui non ci si stacca e che potrebbe essere usato come lezione di regia”.

VEDI ANCHE

USCITE

Ad