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Presentato il Trieste Film Festival In Tour, selezione di pellicole della kermesse tenutasi a gennaio 2020 che estenderà l’esperienza sia a livello fisico nella sale che a livello virtuale, presentando pellicole emerse dal festival che sono state selezionate in collaborazione con Lo scrittoio “con un occhio – dicono i coideatori Cinzia Masòtina e Claudio Puglisi – soprattutto al pubblico, indipendente dai premi vinti, perché spesso il problema è proprio l’individuazione del pubblico per i film sperimentali e d’autore. La selezione la facciamo prima che si chiuda il festival, quindi se c’è una coincidenza con i premiati è casuale, per noi è centrale la sala”, tra doc e finzione. “Con un filo conduttore che sono le difficoltà sociali che il nostro continente sta incontrando da Est a Ovest”.

In lista ci sono Cat in the Wall di Vesela Kazakova e Mina Mileva (Bulgaria, 2019, 92’), visto a Locarno, affresco lucido sulla Londra della Brexit, OIeg di Juris Kursietis (Lettonia, 2019, 108’), odissea di un giovane immigrato, Let there be the Light di Marko Skop (Slovacchia, 2019, 93’), dramma familiare, The Euphoria of Being (Slovacchia, 2019, 93’), in anteprima mondiale, e Marek Edelman… and there was love in the Ghetto di Jolanta Dylewska in collaborazione con Andrzej Wajda (Polonia, 2019, 80’), entrambi sulla Shoah, e infine La bufera – Cronache di ordinaria corruzione di Marco Ferrari, altra anteprima mondiale, documentario investigativo su storie di malaffare, isolamento e mobbing.

Nicoletta Romeo e Fabrizio Grosoli, direttori artistici di TriesteFilmFestival, sottolineano come questa sia “un’opportunità di estendere il pubblico, e maggiormente sotto pandemia, d’altro canto è il sogno di ogni direttore di festival che il pubblico vada oltre quello che frequenta la manifestazione”. L’incontro è moderato da Andreina Di Sanzo, che sottolinea la presenza di pillole realizzate da critici professionisti per ciascuno dei film presentati, come una sorta di bollino di qualità.

Intervengono anche i registi di alcuni dei film selezionati: “Pensiamo che il nostro film – dicono Mileva e Kazakova – sia importante perché parla di due problemi poco trattati, la questione delle case popolari soggette a gentrificazione e la Brexit. Siamo contenti che all’estero abbiano colto il significato del nostro lavoro, su migranti bulgari che si trovano nel Regno Unito in tempo di Brexit. Tutto riporta alla figura del gatto, l’abbiamo usato come metafora per toccare questioni sociali importanti, con stile semi documentaristico”.

“Viviamo in un mondo che si sta polarizzando sempre più – commenta Skop-  anche se la pandemia ha fatto perdere potere ad alcuni politici. Il nuovo linguaggio politico è il complottismo. Il film parla di un gruppo paramilitare di giovani che indottrina i ragazzi del luogo e si concentra in particolare sul rapporto tra un padre e un figlio, durante le feste natalizie. Il padre scopre che il figlio è coinvolto in un omicidio e scatta il dramma familiare, inserito però in un contesto politicamente attuale. Il centro del film sono comunque le relazioni familiari”.

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