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Un’occhiata un po’ banale potrebbe asserire Marta, interpretata dall’esordiente Ludovica Francesconi - talento versatile e dalla sensibilità che declina sul grande schermo tutte le tinte delle emozioni umane – ad una nostrana “Amélie”, ma sarebbe riduttivo focalizzarsi su questa facile impressione, perché la protagonista di questa commedia poetica, venata di dramma e levità al contempo, s’annuncia come una stella nascente della recitazione. “Marta mi ha fatto un regalo, mi ha insegnato a essere determinata, mi ha mostrato un’altra grinta, il mondo sotto un altro punto di vista: lei ha una malattia terminale, ma io, incontrando una pneumologa, ho scoperto la sua vita essere una routine per chi ne soffre, quindi lei non la vede come un ostacolo, ma come qualcosa da affrontare. Volevo diventare attrice a tre anni, quando si chiede ai bimbi cosa vogliano fare da grandi, io rispondevo ‘l’attrice’, seppur bene non sapessi cosa volesse dire: poi ho studiato, e ho fatto il mio primo provino per Sul più bello, che sarebbe dovuto essere anche l’ultimo, perché a quel punto – in cui le cose non accadevano - m’ero detta ‘basta’, ma ad un anno di distanza esce il film. Amélie l’avevo visto, ma non eravamo partiti da lì, l’abbiamo travata in fase di costruzione del personaggio”, spiega l’attrice protagonista. 

Marta, orfana sin da piccola e affetta da Mucoviscidosi (fibrosi cistica), “11 anni dopo” i giochi da bambini con Jacopo (Jozef Gjura) e Federica (Gaja Masciale), al principio del periodo universitario continuano a “fare famiglia” tra loro, andando a vivere insieme, a Torino, città in cui è ambientato il film, opera prima di Alice Filippi – aiuto regista di Carlo Verdone per più di un titolo - presentato oggi, 17 ottobre, ad Alice Nella Città. “È stata una grande sfida, perché nel mio doc precedente c’erano parti di finzione, ma qui ho dovuto entrare nella storia: a me piace molto il lavoro con gli attori, e da Verdone ho proprio imparato ad ascoltarli, portandoli nella giusta direzione, ma in squadra. I personaggi sono tridimensionali, hanno sia forza che fragilità: lei non è solo la Marta che si ritiene bruttina secondo i canoni della società, ma è anche superficiale, s’innamora di Arturo (Giuseppe Maggio) perché bello. Quando abbiamo cominciato il casting, sapevamo dovesse essere ironica, trasformista: sentirsi bruttina ma diventare fantastica. Ludovica – per Marta - ha confermato il suo dono: la grande spigliatezza, l’essere molto vera. Non era facile avere tre volti nuovi – Ludovica, Jozef Gjura e Gaja Masciale - per un’opera prima, ma, come Eagle ha puntato su di me, così perché non farlo con il cast? Abbiamo focalizzato i nostri personaggi, ed era molto importante – in fase di provino – trovare la forza del gruppo”. 

Infatti, come conferma Masciale: “Ho avuto la fortuna di incontrare Ludovica al primo provino, e subito mi sono legata a lei, come se dovessi proteggerla; così poi con Jozef, e ci sosteniamo sempre: ci abbiamo provato, con i personaggi, a tenere i piedi per terra, ma Marta ci portava sempre molto in aria, e credo che questo senso di famiglia di veda molto, sia ben delineato”. 

Lei, Marta, che adora “le liste”, per sua stessa ammissione “è rimasta un bruco”: sì, insomma, non è sbocciata in una femminilità prorompente, ma si mostra nella sua fisicità un po’ acerba e nell’estetica naïf, quasi favolistica, che appartiene anche all’immagine della coppia di amici – entrambi omosessuali sin da piccini – per cui Federica, genio della matematica, appare una via di mezzo tra una rossa fata nordica e una fatale femme fasciata in abito di paiellettes rosa; e Jacopo, principe della moda che ha la missione di “combattere il cattivo gusto”, ricorda il personale antico di un poeta inglese. 

Una storia – basata sull’omonimo romanzo di Eleonora Gaggero, anche interprete (Beatrice), e sceneggiata da Michela Straniero e Roberto Proia, produttore e distributore per Eagle Pictures – i cui dettagli – orfana, malata - potrebbero lasciar l’impressione che Marta sia abbracciata da un’atmosfera malinconica, drammatica, venature che sì sono tratteggiante nel film, e molto ben fatte proprie da Ludovica Francesconi, che però si attesta più sul piano ironico, lieve, in cui il realismo è indiscutibile, e spesso spunto proprio del lato più fiabesco e di commedia, come quando Marta indossa il pigiama, una tuta di peluche con orecchie da coniglio, mentre consulta Tinder alla ricerca di “un obiettivo, mi fa guadagnare tempo”, il poco – non si sa quanto – che potrebbe separarla dalla fine della vita, causa la sua patologia pneumologica. “Il film nasce da un’analisi facile da fare, ovvero che questo genere, teen dramedy, in Italia non veniva fatto – non replicato dopo Bianca come il latte, rossa come il sangue - ma dall’estero arrivavano prodotti come Colpa della stelle: da distributore, Eagle ha sempre cercato questo tipo di film, così ha deciso di realizzarne uno. Però non volevamo dare solo intrattenimento, ma anche un messaggio: una ragazza normale decide di non pensare a ciò che dalla vita non ha avuto, ma di utilizzare al meglio ciò che ha avuto. Per questo film ce ne siamo un po' fregati di come andasse il mercato, abbiamo pensato alle persone giuste al posto giusto”, dice Roberto Proia. 

Ed è proprio con questo spirito, anche consapevolmente intelligente rispetto alla circostanza di salute, che Marta, non senza buffe situazioni e imbarazzanti momenti, riesce ad incontrare Arturo, coetaneo altoborghese di fascinosa bellezza mediterranea, un tipo che improbabile possa guardare “un bruco” come lei, invece capace di fargli compiere un grande passo, quando la “favola” - dopo le sequenze romantiche alla Reggia di Venaria, con Marta abbigliata in una nuvola di tulle rosa - comincia a sfaldarsi, per un conto alla rovescia che pare inevitabile. 

La regia esordiente di Alice Filippi dimostra di non essere elementare e di sentirsi a proprio agio con riprese a piombo d’affetto - dall’alto, come dal basso - o dettagli di primi piani, ricorrenti e non scontati, come quello in cui inquadra Marta tra le colonne di pietra della balconata dell’università, oppure quelli più suggestivi, giocati con la trasparenza, quando la guardiamo – frontale a noi – “attraverso” lo schermo del cellulare che lei sta controllando. 

La musica, poi, non è secondaria ed è appoggiata in modo complice alla narrazione; il tema principale è stato composto da Marco Cascone, mentre il brano omonimo al film è interpretato dal cantautore Alfa“Mi sono lanciato anche nel cameo, ma per fortuna è arrivata prima la collaborazione musicale: è sempre stato un mio sogno nel cassetto una colonna sonora, mai immaginabile a 20 anni!”. 

Con un finale che avrebbe potuto scivolare in due direzioni, nette ma più scontate, Sul più bello invece riesce anche nella scelta del “finale perfetto”, che non opta per una via definitiva, ma quella più poetica e fiduciosa, in linea con tutto il resto del film, che esce dal 21 ottobre: “Il film va in sala: la tentazione di andare in piattaforma c’è, per l’incertezza esterna, ma abbiamo deciso di uscire in 400 copie al cinema, con 900mila euro come budget di lancio, una scelta coraggiosa, ma credo che se attendiamo che qualcun altro faccia il primo passo non ci si muova più. Le vendite internazionali sono di Voltage, quelli di After: ci sono sei remake che stanno negoziando, oltre altri territori; il complimento più bello – senza offesa – è che ‘non sembra un film italiano’, e per questo, per la prima volta, un gruppo americano ha preso un film italiano”, chiosa Proia. 

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