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Perché un mattatore come Aldo Fabrizi, regista di 9 film oltre che attore, spesso protagonista, di più di 80, artista di teatro e di televisione, è stato messo da parte, quasi rimosso dalla scena culturale italiana? Per il suo carattere non facile? Per il suo essere uno spirito libero non abituato alle parrocchie politiche? Per essere stato etichettato dalla critica come uomo di  destra, conservatore? A queste domande hanno provato a rispondere nella prima giornata del Festival del cinema europeo moderati da Enrico Magrelli: Cielo Pessione, nipote di Fabrizi, Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, la critica Aida Mele, il regista Luca Verdone che firma il documentario Fabrizi e Fellini. Lo strano incontro, l’attore Antonello Fassari.

Per Gian Luca Farinelli, in Italia l’attore comico che ha un successo popolare non viene accettato dal mondo della cultura alta, emblematico il caso di Totò. E così è accaduto a Fabrizi al quale non viene riconosciuta la patente di autorialità. Questo artista è il simbolo di una Roma che viene cancellata nel corso del ‘900; la sua comicità, come tante altre, è legata a un periodo, non è valida per tutte le stagioni.

Roma città aperta ha all’inizio come protagonista Aldo Fabrizi, del resto all’origine c’erano due episodi e fu proprio Fabrizi a suggerire di fonderli in un unico film, spiega la critica Aida Mele. “Fabrizi aveva alle spalle una solida carriera, era arrivato al cinema dalla porta principale, debutta da protagonista in Avanti c’è posto… (1942) di Mario Bonnard. Per Anna Magnani, famosa nel teatro di varietà, il successo al cinema arriva tardi ed esploderà proprio con Roma città aperta, soprattutto all’estero diventa il simbolo e il volto del film di Rossellini, tanto da modificare l’ordine dei nomi nel manifesto. Alcuni nomi salgono e altri scendono e alla fine il film è della Magnani e non di Fabrizi, lei diventa il volto del neorealismo. Paradossalmente Roma città aperta non funzionerà per Fabrizi, il suo esordio da regista nel 1948 con Emigrantes è liquidato dalla critica più autorevole che si aspetta un’opera differente da un artista importante del neorealismo. Da lì una serie di etichette che si appiccicano alla sua sedia di regista per tutta la carriera”.

“Il suo successo desta sospetto nella critica cinematografica di stampo marxista, con quest’ultima Fabrizi come Fellini ha problemi”, sostiene Luca Verdone. E Fabrizi è l’ultimo interprete di una cultura che parte da lontano, da Belli a Trilussa e a Petrolini, è l’interprete di una bonomia malinconica, volta verso la derisione: memorabili i suoi sketch sulla vita a Roma negli anni ’30 e ’40. E’ un mattatore, un osservatore sublime della realtà che lo circonda, in lui è possibile rintracciare i prodromi del neorealismo.

Antonello Fassari, che ha interpretato il personaggio di Fabrizi in Celluloide di Carlo Lizzani, ricorda che il regista ne fa un ritratto non proprio edificante. “Quando sono stato Mastro Titta nel Rugantino, Enrico Montesano mi ha passato dal suo copione alcune battute straordinarie improvvisate da Fabrizi che aveva interpretato il mio personaggio”.

“Mio nonno era una persona colta, non un intellettuale, e di lui si parla soprattutto come interprete, ma gli va riconosciuto che ha sempre scritto per se stesso, è un attore prestato alla propria autorialità - afferma la nipote Cielo Pessione - Teatro e cinema sono stati il suo grande amore, il cinema più come regista che come attore, perché non amava farsi dirigere. La televisione, pur non amandola, gli consentiva di ritagliarsi la possibilità di scrivere dei monologhi. Ha smesso di fare il regista perché ha avuto più amarezze che riconoscimenti. Si è trovato contro tutto l’establishment culturale. Era uno spirito libero che non amava le parrocchie politiche. Gli è stata rinfacciata la partecipazione ai funerali di Giorgio Almirante, leader del MSI, ma mio nonno era amico del fratello e dei Maggio, nomi famosi dell’avanspettacolo. Fabrizi non era un uomo di destra, anzi ebbe un ottimo rapporto con Renato Niccolini, inventore dell’Estate romana”.

Verdone ricorda l’amicizia di Fellini con Fabrizi che l’ha introdotto nel mondo del cinema prima come sceneggiatore, a cominciare dall’opera prima di Fabrizi, Avanti c’è posto… “Fellini si nutre del realismo spinto dell’amico trasferendolo nel suo cinema immaginifico". Nel suo documentario Verdone racconta che Fellini collaborerà alla sceneggiatura di Roma città aperta grazie a Fabrizi e che la famosa scena di Alberto Sordi “Lavoratoriiii” de I vitelloni, all’origine era stata scritta da Fabrizi nel 1931 per il teatro di varietà. E' allora che il loro rapporto, dopo il successo de I vitelloni, comincia a incrinarsi.

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